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Ricerche Templari La Chiesa |
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Chiesa e Poteri tra il XII e il XIV Secolo
Sulla fine del XII secolo la chiesa era in una pericolosa crisi. Negli ultimi 150 anni era divenuta padrona del mondo cristiano determinando il trionfo dell’intelligenza sulla forza bruta. In quell’epoca di lotte e perturbazioni i fieri guerrieri dovettero piegarsi dinanzi ai sacerdoti che non disponevano di alcuna forza materiale e la loro potenza aveva fondamento nelle coscienze. Tale superiorità era divenuta totale: la salute eterna di ciascun cristiano dipendeva dalla sua obbedienza alla Chiesa e dalla premura con cui impugnava le armi per difenderla. Prendeva avvio un dispotismo spirituale che poneva tutto a disposizione di coloro che lo esercitavano. Tale risultato era dovuto a una organizzazione centralizzata che si era andata sviluppando nella gerarchia ecclesiastica. Non esisteva più l’antica indipendenza dell’episcopato, in quanto la supremazia della sede di Roma si era talmente consolidata da riunire nelle sue mani la giurisdizione universale e da piegare ai suoi desideri la volontà dei vescovi. Il comando del Papa doveva essere ossequiato e contro di lui non vi era appello. Il vescovo, pur essendo costituito in una sfera più ristretta e, essendo soggetto al Papa, disponeva tuttavia, almeno in teoria, di una autorità egualmente assoluta. Il sacerdote era lo strumento mediante il quale i decreti papali e vescovili venivano messi in vigore tra il popolo: la salvezza di tutti gli uomini dipendeva da coloro che potevano amministrare o rifiutare i sacramenti a loro discrezione. La Chiesa si trovò in possesso dei poteri e dell’organizzazione necessaria a svolgere tale compito. All’epoca era stata istituita la confessione auricolare appannaggio esclusivo del sacerdozio. Quando ciò non bastava a mantenere i fedeli sulla retta via, la Chiesa faceva ricorso a tribunali spirituali. Tali tribunali si erano costituiti intorno alle sedi vescovili, avevano una giurisdizione mal definita, suscettibile di un’estensione quasi illimitata. Oltre alla sorveglianza delle questioni di fede e di disciplina, di matrimonio, eredità ed usura, vi erano poche altre cose che non implicassero la coscienza e quindi l’intervento dell’autorità spirituale, tanto più che, anche i contratti, generalmente si confermavano col giuramento. La possibilità di intervenire in tutti gli affari privati veniva assicurando alla Chiesa un’enorme influenza, che metteva il Clero e i suoi beni, al di sopra degli altri uomini, e li rendeva inviolabili. Essi non potevano essere giudicati dal potere laico, né essere puniti da normali tribunali. Solo i tribunali ecclesiastici potevano, infatti, giudicare gli ecclesiastici, ed essi, non contemplavano la pena di morte. Inoltre questi tribunali potevano appellarsi alla giurisdizione suprema di Roma e tale diritto d’appello troppo spesso equivaleva a quello di immunità. Anche la proprietà ecclesiastica godeva dello stesso privilegio. Tale proprietà, arricchita dalla pietà delle generazioni successive, abbracciava gran parte dei terreni fertili d’Europa. A tali domini, inoltre, erano annessi diritti padronali che presupponevano una estesa giurisdizione temporale che conferiva anche dei diritti sulle persone di cui erano investiti i signori feudali. L’abisso esistente tra mondo dei laici e quello del Clero venne ampliato dall’obbligo del celibato imposto a tutti i ministri dell’altare, rimesso in vigore verso la metà dello XI secolo e reso obbligatorio dopo una lotta di circa cento anni. Il celibato dei preti separava nettamente questi dal resto del popolo, conservava intatte le proprietà della Chiesa e metteva al suo servizio un’armata le cui aspirazioni ed ambizioni non avevano limite. Chi entrava al sevizio della Chiesa, non solo era affrancato dalle cure e impacci della famiglia, ma la Chiesa diveniva per lui una nuova patria e gli interessi della Chiesa divenivano i suoi stessi interessi. In cambio essi erano affrancati da ogni preoccupazione materiale e tutto ciò a condizione che osservassero l’ubbidienza. La Chiesa offriva la sola carriera aperta a ogni condizione e classe sociale. La società dell’epoca divisa in classi in forza del sistema feudale escludeva il passaggio dall’una all’altra classe. Nella Chiesa, se i vantaggi del sangue potevano rendere più facile l’accesso alle cariche più elevate, l’impegno e l’energia trovavano la loro ricompensa indipendentemente dai natali. Papi come Urbano II, Adriano IV erano di origini umili, Alessandro V era un mendicante, Gregorio VII figlio di un boscaiolo Benedetto XII di un fornaio, Nicolò V di un povero medico, Sisto IV di un contadino, Urbano VI e Giovanni XXII di ciabattini, Benedetto XI e Sisto V di pastori. Mentre le corone e gli scettri, cadevano sovente, nelle mani di incapaci, deboli o degenerati, la Chiesa attirava al suo servizio gente di vigore a cui non rimaneva aperto altro tipo di attività. Il carattere del sacerdozio era indelebile, i voti del prete erano perpetui e un monaco non poteva lasciare il suo ordine se non per un altro più severo. In tal modo la Chiesa militante poteva essere considerata come una grande armata accampata in terra cristiana, con avamposti dappertutto, sottoposta a rigida disciplina e combattente per un medesimo ideale. Papa Innocenzo III dichiarava che il potere sacerdotale era superiore a quello civile, che il Papa era vicario del Cristo, unto dal Signore, inferiore solo a Dio, ma superiore a ogni uomo “colui che tutti giudica ma che nessuno può giudicare”. Il Papa perciò regnava sovrano su pagani e infedeli come sui cristiani. Tale potenza non ha mancato di causare danni, tuttavia si può affermare che l’esistenza di una forza morale che potesse richiamare re e nobili all’obbedienza delle leggi divine, fu anche un bene per l’umanità. Papa Urbano II, francese di oscuri natali, scomunicò il suo re Filippo I, per adulterio facendo prevalere l’ordine morale sul potere assoluto del re, in un’epoca in cui al potere assoluto sembrava dovesse essere tutto lecito. Nello svolgersi della lotta che consacrò la supremazia del potere spirituale sul temporale la virtù cristiane quali l’umiltà, carità e abnegazione andarono scomparendo. Le popolazioni erano sottomesse con la promessa della salute eterna, prezzo della fede e dell’obbedienza, oppure si otteneva la loro sottomissione con la minaccia dell’eterna perdizione, sia col timore delle persecuzioni. La Chiesa, isolandosi dalla società civile, si era assicurata i servizi di una milizia devota alla propria causa, ma aveva dato anche il via ad un antagonismo fra lei e il popolo. I vantaggi temporali che la carriera ecclesiastica comportava, attiravano nelle file della Chiesa uomini astuti, con scopi spesso tutt’altro che spirituali. Costoro saranno più preoccupati delle immunità della Chiesa, dei suoi privilegi e dell’incremento del suo dominio temporale che della salute della salute delle anime. Le cariche più elevate del clero, erano coperte da uomini più preoccupati dei beni del mondo che delle virtù proprie del cristiano. Lo stesso avanzamento nella carriera sacerdotale, sarà regolato da abitudini che provocheranno e favoriranno l’assenza di scrupolo. Per comprendere le cause che spinsero popolazioni allo scisma e all’eresia, da cui risulteranno guerre, persecuzioni e la fondazione dell’Inquisizione, basta gettare uno sguardo su chi rappresentava la Chiesa e sull’uso che costoro facevano del despotismo spirituale. Questo despotismo che avrebbe potuto elevare lo stato morale e materiale della civiltà europea dell’epoca, se posto in mani sagge e pie, posto in mani di sacerdoti spesso egoisti e depravati, divenne strumento di oppressione. L’elezione dei vescovi doveva essere svolta dal Clero col consenso del popolo della diocesi: nella realtà il corpo elettorale era costituito dai canonici delle cattedrali. La necessità della riconferma del re, del signore feudale indipendente e del Papa, faceva si che l’elezione non rappresentasse che una formalità in cui si affermava la volontà (e il potere) del re o del Papa. In alcuni casi era la Santa Sede che di fatto faceva le elezioni. Innocenzo III applicò nel 1139 alla Chiesa il sistema feudale, dichiarò che le dignità ecclesiastiche erano ricevute e tenute come feudi del Papa. Era quasi impossibile ottenere che gli eletti fossero di maggior valore della media degli elettori. Ma gli ecclesiastici avevano tutti qualche lato debole, erano egoisti e ambiziosi, troppo avidi di avanzare per curarsi di rendersene degni, desiderosi di potere ma incuranti dei doveri che la carica impone. Simonia e favoritismi saranno una piaga che la Chiesa dell’epoca, non riuscirà ad estirpare. Ambiziosissimi, accumuleranno denaro, allo scopo di ottenere dal principe e dai suoi cortigiani le sedi vescovili che occupavano. Enrico I, re di Francia, era un venditore di vescovadi, anche se in un primo momento aveva emanato un editto col quale proibiva la compravendita di promozioni sotto la pena della confisca del denaro e del beneficio. Tuttavia si uniformò ben presto all’uso generale. Il suo successore Filippo I, peccò dello stesso male. E’ chiaro che l’influenza di tali esempi fu disastrosa per la morale della Chiesa. L’avanzamento ecclesiastico avveniva anche senza prezzo di denaro, mediante un’altra forma di corruzione: il nepotismo. In un simile ambiente fecero la loro comparsa uomini superiori quali Fulberto di Chartes, Ildeberto di Mans, Ivone di Chartres, Lanfranco, Anselmo, S. Brunone, S. Bernardo, S. Norberto, che fecero sforzi per ristabilire il rispetto della religione e della morale. In quell’epoca, la voce degli umili, non aveva speranze di essere ascoltata, le dignità ecclesiastiche erano conferite ad uomini abili nell’intrigo e le cui tendenze bellicose promettevano un appoggio alle loro chiese e ai loro vassalli. Nel Medioevo i prelati avranno un carattere militare. Ricche abbazie e vescovadi potenti verranno frequentemente considerati appannaggio di cadetti di case nobili, i titolari di tali elevate cariche avranno uno spirito più bellicoso che ascetico. Quando la scomunica sarà impotente a disarmare bellicosi vassalli o vicini che invadevano i loro territori, interveniva il braccio secolare, rappresentato dallo stesso vescovo. Il contadino che subiva il saccheggio mal comprendeva quali fossero le ragioni dal barone feudale e quali quelle del rappresentante della Chiesa, e, perciò il popolo considerava nemici sia i Baroni che i Preti. I preti erano, però, più temibili perché la loro collera minacciava anche le anime dei loro nemici e non solo il loro corpo. In Germania la riunione in una sola persona dei caratteri del signore feudale e del prelato cristiano portarono talvolta a guerre lunghe e disastrose, ma ve ne furono anche in Francia. Quando erano in ballo i loro interessi i prelati sfoderavano la spada, producendo un’impressione molto negativa sui loro contemporanei. La situazione era spesso aggravata dal fatto che, i principi della Chiesa, potevano essere citati solo nei tribunali di Roma . Ma per portarvi le proprie querele occorreva avere il coraggio della disperazione, e anche se il coraggio si trovava, i colpevoli ne uscivano, in generale impuniti per la difficoltà degli accusatori di formulare le accuse, per le lungaggini della procedura e, non ultima, per la notoria venalità della Curia romana. Spergiuro, simonia e incesto erano mali di cui vennero accusati alcuni vescovi tra i quali Gerardo di Rougemont, arcivescovo di Besançon che conviveva con una sua parente, badessa di Remiremont e con altre concubine di cui una era monaca e l’altra figlia di un prete. Ben presto nessuna chiesa potrà essere consacrata, nessun beneficio potrà essere conferito senza il pagamento di una cospicua somma di denaro all’arcivescovo: monaci e suore venivano autorizzati a lasciare il monastero, abbandonare i voti e sposarsi, dietro il versamento di denaro all’arcivescovo. Nel 1211 l’arcivescovo di Besançon fu sottoposto a un processo che nel 1214 non era ancora terminato: la popolazione esasperata lo cacciò dopo essersi sollevata contro di lui. Molti sono gli esempi citati da C. H. Lea, alcuni terminati con la deposizione, tuttavia la procedura era così lunga e difficile che i colpevoli si ritenevano al sicuro dal castigo. Ma anche quando la natura dei delitti non era tale da rendere necessario l’intervento del Papa, l’episcopato si disonorava con mille oppressioni ed esazioni che si consumavano abbastanza al sicuro dalle leggi perché le vittime non avevano a disposizione alcun mezzo per ottenere giustizia. Gli stessi Templari nel 1160 si lamentarono con Alessandro III perché gli sforzi che essi andavano facendo per la Terra Santa erano intralciati dalle estorsioni dei legati e dei nunzi del Papa, i quali esigevano denaro, oltre al vitto e l’alloggio. Il Papa accorderà ai Templari l’esenzione da questo peso eccettuato il caso in cui il legato fosse un cardinale. Il peggio si verificava quando veniva un papa. Clemente V dopo essere stato eletto si recò a Bordeaux : lungo il viaggio egli e il suo seguito spogliarono così tanto le chiese che, dopo la sua partenza da Bourges, l’arcivescovo rimase rovinato. L’Inghilterra, dopo l’ignominiosa sottomissione di re Giovanni, fu particolarmente taglieggiata dalle estorsioni pontificie. Ogni resistenza o protesta era soffocata con la scomunica. In un’epoca in cui le corti feudali erano territoriali o locali, in cui le funzioni giuridiche dei vescovi erano limitate alle proprie diocesi, così che ognuno sapeva dinanzi a chi avrebbe dovuto portare la propria responsabilità, la giurisdizione universale di Roma dava adito ad abusi. Nella sua qualità di giudice supremo il papa poteva delegare parte della propria autorità a chiunque, e, era facile quindi imbattersi in avventurieri i quali pretendessero di essere in possesso di poteri delegati e delegati e di servirsene per i propri interessi. Anche i vescovi, seguendo l’esempio dato dai vertici della Chiesa, spogliavano dei propri averi la popolazione con ingegnose frodi. La funzione giuridica dell’episcopato era lo strumento principale di esazione ed oppressione. E’ altrettanto vero che la giurisdizione spirituale era, per i prelati, la fonte dei loro maggiori guadagni e per il popolo, la causa della più grande miseria. Anche i tribunali ecclesiatici erano fonte di guadagno, lo erano i matrimoni e la stessa scomunica. La venalità dei tribunali vescovili era una delle cause più efficaci di miseria per il popolo e perciò di ostilità verso la chiesa. Anche la costruzione di abbazie e chiese determinarono dolori e sforzi: queste costruzioni costarono a servi e contadini ulteriori esazioni e, il rimanente veniva procurato con le rendite dell’usura e con la vendita delle indulgenze. In quest’epoca i vescovi non esercitavano il dovere della predicazione, della diffusione degli insegnamenti della fede e della morale. Tuttavia essendo una funzione legata all’ufficio del vescovo poteva essere esercitata da altri solo con un suo speciale permesso. I vescovi in quest’epoca erano turbolenti e bellicosi, non erano adatti alla predicazione: la diffusione dell’eresia farà conoscere loro, in seguito, l’imprudenza commessa nel trascurare una così efficace fonte di influenza. Nel 1209 il Concilio di Avignone ordinò ai vescovi la predicazione, nel 1215 il Concilio Laterano permise ai vescovi di incaricare persone oneste al loro posto per visitare le parrocchie ed educare il popolo con l’esempio e la parola. Sta di fatto però che la predicazione ebbe un periodo di decadenza e si trovò totalmente a carico degli eretici, fino a quando i frati predicatori cominciarono la loro opera con malcontento dei vescovi. Anche i benefici ecclesiastici erano venduti o dati in cambio di favori, indipendentemente dalle qualità o attitudini di chi li riceveva, anche se la legge canonica era pieno di precetti riguardanti le i virtù e attitudini che i candidati dovevano possedere. Nessuno però pretendeva che la curia romana vi ponesse rimedio dal momento che essa stessa se ne macchiava. E’ evidente che un clero così reclutato e sottomesso ad influenze di tale genere era un vero flagello per chi doveva subirne la direzione spirituale. Un beneficio acquistato a caro prezzo era considerato un capitale da far fruttare al meglio, anche ricorrendo ad astuzie ed estorsioni. Tale rapacità era subita dal popolo non senza malcontenti: in alcuni luoghi, la resistenza del popolo a pagare le decime venne considerata eresia. La questione delle decime fu fonte di gravi contestazioni: da qui nacque tutto un ramo del diritto canonico destinato a regolare queste contestazioni. In altri tempi delle decime erano fatte 4 parti: una per il vescovo, una per il parroco della parrocchia in cui erano state riscosse, la terza per la Chiesa, la quarta per i poveri. Tuttavia la sete per i beni terreni, era tale che il vescovo e il prete prendevano più che potevano lasciando a Chiesa e poveri ben poco. Quella decima che il prete riscuoteva, raramente bastava ai suoi bisogni a causa della vita disordinata che conducevano, e, per la rapacità dei loro superiori. Per questo si diffuse quella forma di simonia che consisteva nella vendita dei sacramenti. La confessione, che si incominciò a rendere obbligatoria e di cui il prete aveva il monopolio apriva un vasto campo ad estorsioni di ogni genere. A poco a poco tutte le funzioni sacerdotali finirono per produrre rendite: battesimi, matrimoni, estrema unzione e funerali. Si diffuse anche l’abitudine di sfruttare il terrore per il giudizio di Dio per estorcere legati destinati ad usi pii, che poi spesso i parroci devolvevano a proprio profitto. Il celibato obbligatorio dei preti era divenuto ormai generale nelle zone più importanti della Chiesa Latina. Ma l’affermarsi di questa costrizione non andò a vantaggio della castità. Privi delle legittime soddisfazioni del matrimonio i sacerdoti, al posto di una moglie terranno una concubina o un certo numero di serve: non appena la Chiesa riuscirà ad interdire il matrimonio dei suoi ministri si troverà occupata nel compito di costringerli alla castità. Ci troviamo pertanto di fronte a un clero che professa la purezza ascetica come condizione essenziale per l’esercizio delle proprie funzione, ma che in pratica conduce una vita depravata alla stregua dei laici e, per questo non è stimato dal popolo. Per C.H. Lea ”Una delle più funeste conseguenze del preteso ascetismo che era imposto al clero fu la creazione di un falso concetto della moralità, concetto che produsse mali infiniti al mondo dei laici come alla Chiesa. Dal momento che il prete non violava apertamente i canoni ammogliandosi, riteneva sottinteso che gli si poteva perdonare tutto”. I cattivi effetti della giurisdizione speciale del clero non tardarono a farsi sentire. La mitezza delle pene inflitte in caso di condanna, la difficoltà con cui si giungeva alla stessa, liberò i preti del timore delle leggi e attirò nella Chiesa un gran numero di persone indegne che non abbandonavano le loro ambizioni mondane con grave compromissione della buona reputazione del sacerdozio. I chierici, e non solo essi, si servivano della loro immunità per danneggiare la società laica. Anche l’immunità legata alla proprietà ecclesiastica darà origine a scandalosi abusi. Ottenere giustizia nei confronti di un chierico o un prelato era per un laico cosa impossibile Occorre ricordare che, in quell’epoca, l’istruzione e la conoscenza degli affari erano privilegio quasi esclusivo dei sacerdoti, la cui intelligenza poteva trarre i più grandi vantaggi dall’ignoranza a dall’impotenza in cui si dibattevano gli uomini “comuni”. Anche gli ordini monastici condividevano le stesse responsabilità, anch’essi erano esposti all’influenza degradante dell’epoca. Essi avevano ottenuto di andare esenti dalla giurisdizione vescovile e di essere collocati direttamente sotto la giurisdizione di Roma. Questa fu una delle cause della rapida decadenza dei conventi. Queste misure aumenteranno l’autorità della S. Sede (a discapito dell’episcopato) assicurandole alleati potenti da usare durante le sue lotte con i vescovi. Alcune abbazie divennero focolai di turbolenze e corruzione, in particolare alla morte dell’abate. Dispute e lotte intestine precedevano la nomina del nuovo abate, provocando talvolta interventi dall’esterno. Certo non tutti i monasteri avevano dimenticato i propri doveri per cui avevano ricevuto dai fedeli copiose donazioni. Tuttavia essi erano rifugi per coloro che presi dall’impulso del rimorso s’allontanavano da una vita di delitti chiudendosi nel chiostro, dove, passato il momento di tale rimorso riprendevano le vecchie abitudini con grave decremento della pace dei conventi e della sicurezza dei vicini. I conventi, uno dopo l’altro, furono oggetto di riforme che escogitavano regole nuove e più severe allo scopo di scoraggiare le vocazioni incerte; ma ogni qual volta che un ordine diveniva famoso per la sua santità, la liberalità dei fedeli lo ricolmava di beni temporali e con la ricchezza spesso si riaffacciava la corruzione.
Rinascita Intellettuale Durante il XII Secolo
L’età carolingia ha rappresentato per la civiltà un periodo di massimo splendore, dopo la sua decadenza successe, come si è già osservato, un periodo buio di ignoranza che si protrarrà per tutto il X secolo. Tale ignoranza andrà diminuendo, nell’ XI secolo, di fronte ai primi bagliori di rinascita intellettuale. A partire dai primordi del XII secolo, tale movimento lasciava intravedere le premesse di quel ricco sviluppo che dell’Europa doveva fare la patria dell’arte, dell’erudizione e dell’alta cultura. Quando gli uomini tornarono a porsi domande e nodi da sciogliere, anche su argomenti sottratti alla loro curiosità, si accorsero della contraddizione che esisteva tra l’insegnamento impartito dalla Chiesa e la azioni che questa in realtà svolgeva, notarono le divergenze esistenti tra il rituale e la religione, fra la condotta dei preti e frati e i voti da essi pronunciati. Lo spirito d’indagine alla base di tale risveglio, ricevette un forte impulso dalla scuola di Toledo, nella quale alcuni studiosi andavano a ricercare la scienza araba, greca ed ebraica. Lo stesso Papa Silvestro II si era acquistato nel X secolo, una strana fama perché sembra che avesse studiato “scienze proibite” in quel centro di attività intellettuali. Verso la metà del XII secolo, Roberto di Retines, per condiscendenza verso Pietro il Venerabile di Cluny tralasciò gli studi di astronomia e geometria per tradurre il Corano e facilitare così, al suo patrono, il compito di confutare gli “errori” dell’Islam. Più tardi furono tradotte in latino le opere di Aristotele, Tolomeo, Abubekr e Avicenna, più tardi anche quella di Averroè. Le crociate avevano portato dall’oriente avanzi del pensiero antico, che vennero accolti con entusiasmo. Tra questi tesori rimessi in circolazione c’era l’astrologia giudiziaria, che provocò studi e acuì la curiosità. Tuttavia si comprese che in tali studi risiedevano pericoli per l’ortodossia e, l’Università di Parigi, proibì la lettura di Aristotele, proprio per evitare questo. Ancora più pericolosa, per la Chiesa, fu la rinascita del diritto civile romano. A partire dalla metà del XI secolo, questo studio venne perseguito in tutti i grandi centri culturali. Ben presto si giunse a scoprire che esisteva un sistema di giurisprudenza superiore e più retto della confusione delle leggi canoniche e superiore anche alla barbarie dei costumi feudali. Questo sistema basava la sua autorità sull’idea di giustizia immutabile, che era rappresentata dal sovrano, e non sopra un canone o una decretale, sopra la parola del papa o del concilio o anche addirittura sulla Sacra scrittura. Per comprendere l’effetto di questo movimento intellettuale sui sentimenti e sui pensieri occorre tenere presente che lo stato sociale dell’epoca differisce, sotto diversi aspetti dal nostro. Nella parte più riposta della miseria che opprimeva la popolazione esisteva un sentimento di inquietudine: la convinzione che stava giungendo la fine del mondo, il giudizio finale e l’Anticristo. Le condizioni stesse in cui la società versava, facevano pensare veramente che il regno dell’Anticristo fosse imminente. Il mondo invisibile con le sue misteriose attrattive e il fascino orribile che esercitava era presente allo spirito di tutti come una realtà. Non è da meravigliarsi se gli uomini si sentivano circondati da demoni, che li tormentavano con malattie e carestie, e che cercavano di condurre le loro anime alla perdizione. E fra una popolazione impressionabile, suscettibile di emozioni violente, pervasa da superstizioni, la quale si svegliava lentamente a questa rinascita intellettuale, che l’ortodossia e l’eresia, cioè forze conservatrici e progressiste, si preparavano a darsi battaglia, in cui nessuna delle due poteva riportare una vittoria decisiva. Le eresie, non erano come in altri tempi, semplici sottigliezze speculative, elaborate dall’erudizione dei teologi, nel corso dell’evoluzione cui andò soggetta la dottrina cristiana ancora in formazione. Fatte poche eccezioni, non furono le classi dirigenti che diedero contributi all’eresia: stato e Chiesa sembrano aver stretto una sorta di alleanza per mantenere il popolo assoggettato. L’eresia si sviluppò nella massa complessa del popolo e, in Lombardia e Linguadoca lo fu in modo massiccio tra poveri e oppressi i quali, proprio in virtù della loro miseria e degradazione si accorsero che la Chiesa era venuta meno alla sua missione , o per la leggerezza dei propri ministri o per errori dottrinari.
La Religione nel Medioevo
La religione, sfruttata da preti e monaci, era divenuta necessariamente diversa da quella insegnata da Cristo. In quest’epoca i terrori dell’inferno, la beatitudine della salvezza, gli sforzi del demonio, avranno un posto importante nelle preoccupazioni della vita quotidiana. Sotto molti riguardi la religione era divenuta feticismo. Si era diffusa la credenza che, la liberalità con cui un peccatore arricchiva cattedrali o conventi compensavano le crudeltà commesse, che prestare servizio per un periodo contro i nemici del papa cancellasse i peccati. L’abuso delle indulgenze fu una caratteristica peculiare di quest’epoca. In origine le indulgenze erano la remissione di una penitenza, la sostituzione di qualche opera pia a enormi periodi di penitenza, che i penitenzieri erano soliti imporre per il riscatto di qualche colpa individuale. L’indulgenza plenaria, ossia la remissione di ogni peccato, ha per prototipo la promessa fatta da Urbano II nel Concilio di Clermont nel 1095, per infiammare l’entusiasmo della cristianità per la I crociata e dichiarò che il pellegrinaggio armato in Terra Santa sarebbe equivalso a una penitenza per tutti i peccati che i pellegrini avessero confessati e di cui si fossero pentiti. L’entusiasmo con cui questa offerta fu accolta dimostra che era apprezzato un favore che liberava dal timore dell’inferno, senza rattristare la vita con l’austerità della penitenza. La semplicità di queste formule venne a scomparire nel XII secolo quando gli scolastici elaborarono la teoria sacramentale e in cui la credenza nel Purgatorio divenne generale. Nel perdono dei peccati si fece distinzione tra :
L’assoluzione data dal prete conferiva la remissione della colpa che salvava dalle fiamme dell’inferno, il compimento della penitenza o riscatto della stessa mediante l’indulgenza conferiva la remissione della pena che rendeva esenti dal purgatorio. Nel 1216 il Concilio Laterano privò di questo diritto gli abati e restrinse il potere dei vescovi in fatto di indulgenze, ne disciplinò le applicazioni ponendo il limite di concessione delle stesse a massimo 40 giorni. Quando l’indulgenza diventò un pagamento fatto a Dio, si pensò a un tesoriere per amministrare tali entrate e fu individuato nel Papa, che divenne unico dispensatore di indulgenze. Ciò farà aumentare la sua autorità e ridusse i vescovi al grado di delegati del Pontefice. La promessa di indulgenza plenaria da meritarsi mediante la crociata attirò campioni e cavalieri. Inoltre chi prendeva la croce, era affrancato dalla giurisdizione temporale e dipendeva anch’esso dai tribunali ecclesiastici. E’ facile capire che tale privilegio esercitava grande attrattiva su avventurieri che costituivano parte degli eserciti papali. Inoltre quando un crociato non voleva o non poteva mantenere il suo voto poteva riscattarlo pagando una somma stabilita in conformità del suo presunto valore militare. In tal modo il papato si procurava denaro a profitto della santa causa. Presto vendere indulgenze divenne una vera e propria attività e una continua fonte di guadagno. La vendita delle indulgenze viene a caratterizzare ciò che si potrebbe chiamare col nome di “sacerdotalismo”, caratteristica distintiva della religione del Medioevo : Il prete pretendeva di essere rivestito di potere soprannaturale e s’interponeva quale mediatore tra Dio e l’Uomo. Gli strumenti di dominio di cui disponevano diventarono ben presto feticci agli occhi del popolo, si attribuì potere particolare ai riti religiosi, all’eucarestia e finanche all’acqua in cui il prete si lavava le mani dopo aver toccato l’ostia. Ma fortunatamente non tutti i papi somigliarono ad Innocenzo IV e Giovanni XII, non tutti i vescovi furono crudeli e lussuriosi e non tutti i preti spogliarono gli uomini dei propri averi e ne disonorarono le mogli. In molte parrocchie i prelati si sforzarono di compiere l’opera di Dio secondo i dettami evangelici: il malcontento però era molto esteso. Era inevitabile che simili costumi religiosi generassero eresia e che un clero secolare così provocasse rivolte.
Le Eresie
Le eresie di quei tempi si possono dividere in due classi :
Le eresie anti - sacerdotali erano dirette contro gli abusi con i quali il clero aveva stabilito il dominio sulle anime. Fra tutte le eresie con le quali la Chiesa primitiva si trovò a lottare, il Manicheismo fu sicuramente quella che sollevò più timori. Se si considerano le dottrine di per sé, alla fine dei XII secolo non appaiono eresia nuove. Le sette si richiamano al manicheismo del quale mutano il loro dualismo e si caratterizzano per una tendenza a criticare la ricchezza della Chiesa e la sua organizzazione amministrativa. Ad essa oppongono la semplicità cristiana come si legge nel Vangelo. Queste correnti di idee si confonderanno sotto i due nomi di Catarismo e di Valdismo. Tuttavia il Manicheismo dei Catari, Patarini o Albigesi, non fu solo un dogma speculativo ma una fede che suscitò un fanatismo entusiasta che giunse a tal punto che i fedeli non indietreggiarono neanche davanti al rogo pur di propagare la propria fede. E’ evidente che la dottrina dualistica, con l’eterno antagonismo fra i principi del bene e del male, esercitò una forte seduzione sullo spirito di coloro che consideravano l’esistenza del male come incompatibile con la supremazia di un Dio infinitamente buono, perfetto e potente. Inoltre si deve aggiungere la dottrina della trasmigrazione, che suppone ricompense e castighi, e le sofferenze degli uomini verranno ad apparire sufficientemente giustificate. La convinzione della vanità del Cristianesimo sacerdotale, del suo venir meno e della sua prossima distruzione a profitto della nuova religione, contribuì probabilmente, ad alimentare il fervore disinteressato, acceso dal neodualismo, fra le classi più povere. Per i Catari, il rapporto sessuale era stato il peccato di Adamo ed Eva, il frutto proibito per mezzo del quale Satana ha continuato ad esercitare il suo dominio sugli uomini. La condanna del matrimonio, dell’uso della carne, la proibizione dei sacramenti costituiscono le caratteristiche esteriori più evidenti del Catarismo. Per essi le anime sono spiriti che passano attraverso periodi di prova. Questa credenza era diffusa e costituiva la base della dottrina sulla trasmigrazione delle anime, affine a quella del Buddismo, anche se modificata dalla credenza che Cristo avesse la missione terrena di riconquistare questi spiriti decaduti. Finché l’anima non avesse raggiunto quella perfezione ritenuta necessaria per risalire al suo creatore, era obbligata ad assoggettarsi a successive esistenze, in cui per espiare i propri peccati, l’anima, poteva risiedere anche in forme animali: per questo giunsero in modo naturale alla proibizione di uccidere qualsiasi essere vivente. All’epoca dell’elezione a papa di Innocenzo III (1198), I Catari si suddividevano in tre gruppi :
Fino alla metà del XII secolo, salvo rare eccezioni mantenne un tenore di vita degno. Poi, penetrata dalle idee riformatrici ancor prima dell’elezione di Gregorio VII, essa, sotto la spinta di vescovi dei quali molti hanno lasciato fama di santità, aveva resistito alle “usanze” del tempo. Ma, a causa delle restituzioni seguite alla riforma gregoriana, la Chiesa aumentò i propri beni fondiari e la propria ricchezza. Questo indusse la nobiltà ad accaparrarsi le maggiori dignità ecclesiastiche. I vescovi provenienti dalla nobiltà, in genere, non brillarono di virtù. Forse le loro debolezze sono state esagerate, tuttavia è indubbio che alcuni vice - curati, in seguito a rapporti quotidiani con eretici, ne subirono gli influssi e, in particolare il Catarismo era riuscito ad entrare anche in convento. Il clero meridionale, nel suo insieme non sembra capace di difendere la fede ortodossa, dinanzi all’avversario che era forte e temibile. Negli ultimi anni del XII e i primi del XIII secolo la propaganda catara beneficiò di potenti mezzi di azione. L’austerità dei “Perfetti” produsse forte impressine sulle masse, le quali erano sensibili ai servigi di ordine materiale che gli eretici prestavano loro: elemosine, scienza medica messa al servizio di tutti con generosità, insegnamento impartito ai fanciulli, aiuto fraterno che veniva portato ai contadini fatto dai Perfetti che appoggiarono l’azione dei loro predicatori e contribuirono alla diffusione delle idee catare, senza che il clero cattolico vi opponesse seria resistenza. E’ probabile che nell’incremento del Catarismo nel sud della Francia abbia contribuito la politica di Raimondo VI, conte di Tolosa, uomo enigmatico ,che ebbe il torto di prendersi spiacevoli libertà contro la morale cristiana seguendo i costumi orientaleggianti dei suoi predecessori, che tenne una condotta lussuriosa, ma, non per questo nemico della Chiesa né sicuramente eretico. Tuttavia, ebbe poco rispetto per le persone e per i beni ecclesiastici e una certa tolleranza verso gli eretici, verso i quali non volle infierire mai, forse per i rapporti amichevoli che teneva con loro. Tale atteggiamento, all’epoca risultava sospetto, ma, in effetti il suo atteggiamento fu determinato da necessità politiche e non da conversione catara. Innocenzo II, stabilirà pene per l’eresia, senza tuttavia prevedere la pena di morte. Egli oppone i predicatori all’eresia, ma, essi fallirono non per motivi di ordine intellettuale o dottrinario, ma per il fasto di cui si circondavano. La loro agiatezza, si scontrava con la semplice austerità dei “perfetti”: tale spettacolo di povertà dava ad essi un’apparente aspetto di santità. Solo San Domenico e San Bernardo riuscirono, con il loro tenore di vita, a suscitare entusiasmi, tuttavia momentanei, e, per questo la fisionomia religiosa complessiva della Francia meridionale rimarrà pressoché invariata. Gli avvenimenti storici che portarono Innocenzo II a chiedere aiuto al potere del re di Francia, Filippo Augusto, sono noti, come è noto che il re si rifiutò di dirigere personalmente il suo intervento verso gli eretici. Furono i feudatari del Nord che insorsero contro gli eretici, ma il loro ardore fu ispirato solo in parte alla difesa della Chiesa. Fu la speranza di un ricco bottino e di vantaggi che la crociata dava loro ad armarli contro i Catari: tale crociata dava loro infatti gli stessi vantaggi delle crociate d’oriente, ma, in un luogo molto più vicino alle loro terre. Raimondo VI, non cercò la difesa con l’appoggio dei suoi vassalli, ma cercò di togliere il pretesto alla crociata sottomettendosi e offrendo ai legati di prendere la croce e associarsi alla guerra santa. Con questa adesione egli intendeva sbarazzarsi del visconte di Béziers e Carcassona, suo nemico. In realtà egli cercò l’appoggio del papa per mettersi a capo dello stato di Tolosa eliminando il suo avversario e di portare a termine la restaurazione del potere comitale. L’eredità di Raimondo Ruggero di Bèziers toccò a Simone di Montfort conte di Leicester: l’ambizione di quest’ultimo, con l’appoggio dei legati papali, furono di grande danno per Raimondo VI, che XI trovò ben presto ad essere accusato di infedeltà e sottoposto a processo. In realtà i legati pontifici volevano fornire un pretesto a Simone di Montefort per invadere i possedimenti del conte di Tolosa e per crearsi uno stato ricco e potente nel sud della Francia. Raimondo VI non sottoscrisse le condizioni che gli furono richieste che equivalevano alla sua rovina, ma per questo fu condannato. E’ lecito credere che, il realtà Raimondo VI fosse sincero: il proprio interesse, infatti, gli imponeva di essere fedele all’ortodossia, come, d’altra parte, l’interesse di Montefort esigeva che il Conte di Tolosa fosse sospettato di falsità. I legati pontifici ebbero il torto di prestarsi a questo losco gioco politico. La crociata riprese e terminò, com’è noto con la conquista della Linguadoca. Si può tuttavia dire che tale crociata fu un fallimento: un problema di carattere religioso si trasformò in un grave problema politico. Infatti il Monfort approfittando della crisi religiosa aveva realizzato il suo sogno di dominazione politica su tutto il sud della Francia: nessuno penserà più all’eresia catara . Tuttavia il Papa riuscì a dire l’ultima parola: la Chiesa si sostituirà ai conquistatori del Nord prendendo possesso di Tolosa e del ducato di Narbona, e si avvierà verso un periodo di pace e verso quell’ordinamento definitivo a cui si giunge col Concilio Laterano del 1215. Alla morte di Innocenzo III (1274) gli eretici erano ancora numerosi, nella cristianità l’unità della fede non si era realizzata, non si era raggiunta l’unità morale in vista della crociata a cui i suoi sforzi tendevano.
La Riforma della Chiesa
Innocenzo III fece oggetto delle sue premure la riforma della Chiesa. A suo giudizio i progressi dell’eresia catara furono causati da una tendenza al cumulo di dignità ecclesiastiche, dall’ignoranza dei vescovi e dalla rilassatezza dei costumi del clero che contrastava con l’austerità dei “Perfetti”. Le origini della decadenza morale sono molteplici: in primo luogo la crociata e il contatto con l’Oriente, paese di vita facile e fastosa. Costantinopoli, che le armate occidentali avevano più volte attraversato e i fasti della Siria avevano offerto ai Cavalieri e ai Chierici lo spettacolo dei vizi classici delle città orientali : immoralità, cupidigia, fasto e sfoggio di lusso a cui i crociati non rimasero insensibili. In secondo luogo lo sviluppo delle relazioni commerciali che estese il contagio dalle rive del Mediterraneo all’occidente dove la flotta veneziana e genovese aveva importato spezie, profumi, tessuti di seta, stoffe tinte con porpora, ornamenti d’oro, d’argento ed avori. Ne risultò un lusso sfrenato, un amore malsano per il lucro, una mancanza di scrupoli negli affari e un egoismo raffinato che urtavano contro i precetti evangelici. Una sfrenata ricerca dei piaceri dei sensi, nel quale si erano ingolfati i baroni, affascinati dalla bellezza delle donne orientali, particolarmente esperte nell’arte di sedurre. Anche l’amore cortese sembra sia stato motivo di decadenza morale della società feudale. Libertinaggio, prostituzione e usura, furono le piaghe che dilagavano durante il papato di Innocenzo III. Anche il clero aveva subito l’influsso dell’immoralità del secolo. Il basso clero si era guastato probabilmente per la venalità, nata dalla gelosia verso la nobiltà e l’episcopato, che lo abbagliavano con il loro fasto. Il clero cercava di accumulare un gran numero di dignità remunerative: la vendita dei sacramenti e dei benefici avvenne in via eccezionale e assai rare sono le infrazioni alla legge sul celibato ecclesiastico. In alcune diocesi dilagava il vizio della fornicazione sacerdotale, ove i canonici avevano in casa una concubina. Fu la mania del lusso che cagionò molte rovine tra il clero : molti chierici regolari e secolari avevano una condotta non consona al loro stato. Questi abusi non favorirono la pietà. Anche l’episcopato non fu immune alle critiche e non sempre compirà il proprio dovere. Vescovi ed arcivescovi sono talvolta accusati di simonia, ruberie e infrazioni alla legge canonica in svariate regioni della Francia. Tuttavia tali eccessi costituivano eccezioni e da queste non si può dedurre l’indegnità di tutto l’episcopato. Comunque la qualità dei vescovi alla fine del XII secolo è scaduta: si sono lasciati sedurre dalle comodità e dal lusso in voga presso i laici. Non si salvano neanche i grandi ordini: un rilassamento generale nell’osservanza delle regole e una tendenza all’impoverimento dei beni dei monasteri, a causa delle dissipazioni di abati e priori, caratterizzeranno tale periodo. Si registreranno casi anche nell’ordine Cluniacense e Cistercense. Innocenzo III riterrà che sia giunto il momento di ricondurre la Chiesa allo spirito di povertà che è sorgente di tutte le virtù. La Chiesa affronterà una nuova riforma dopo quella del X e dell’XI secolo. Il Papa concepiva l’autorità di Roma, come assoluta e paterna allo stesso tempo; S. Bernardo avvertì il pericolo di tale accentramento. Tuttavia Innocenzo III non si può considerare un Papa che si compiaceva di esercitare un’autorità pedante che non lasciava spazio all’iniziativa delle autorità locali: non incoraggiava la loro servilità. Egli per assicurare la riuscita della riforma morale, cercherà di ristabilire l’equilibrio tra potere pontificio e autorità locali che vorrebbe associare all’opera di salvezza, dando loro il senso delle proprie responsabilità e lasciando loro la cura di regolare esse stesse gli affari per cui l’intervento diretto del Papa non sembra indispensabile.
La repressione dell’Eresia e gli inizi della Inquisizione
Nel 1215 il concilio Lateranense tentò di dare una soluzione al problema albigese, ma, come si è detto, non riuscì a ristabilire l’unità di fede, che, secondo Innocenzo III, doveva essere la conseguenza necessaria dell’unità romana. L’eresia, a poco a poco, invadeva l’Europa sia pure con tendenza diverse. Malgrado la crociata, la Linguadoca rimaneva la terra di elezione dell’eresia. Le comunità catare continuarono a sopravvivere sostenute da casati famosi, sette eretiche si trovavano in Lombardia, nei Pirenei, in Catalogna, in Castiglia e in Aragona. Poiché nell’ Albigese e in Lombardia il dualismo assoluto minacciava l’unità cristiana, e da li presero le mosse la repressione. Il Papato, nonostante i mezzi di repressione di cui dispone, non poteva controllare da solo questi movimenti e perciò in Francia, Spagna, Italia e, nell’impero, dovrà rivolgersi al braccio secolare, applicando alla lotta contro le eresie la teoria canonica della crociata. Farà ricorso ad una nuova istituzione , le cui origini risalgono al secolo precedente e che di fatto si organizzerà nel secondo quarto del XIII secolo: l’inquisizione. Il termine “inquisitio” trae origine dalla procedura inaugurata dal papato tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. A Verona nel 1184 alla presenza di Federico il Barbarossa, Lucio III aveva esteso e riordinato le vecchie cause sinodali dei tempi carolingi, ripristinando la norma adottata da Alessandro III, al Concilio di Tours del 1163. Egli aveva ordinato ai vescovi di compere visite biennali nelle loro diocesi per farsi denunciare gli eretici. La bolla “Ad Abolendam” passerà in seguito nelle “decretali” di Gregorio IX. Essa invita il vescovo, giudice ordinario, a perseguire l’eretico e a ricercare di propria iniziativa i colpevoli mediante una inchiesta personale, sull’indizio di semplici voci senza aspettare un’accusa formale: l’origine dell’Inquisizione è proprio qui. Nel 1199, in nome della legge di Maestà che proveniva dal diritto romano, Innocenzo III aveva confermato con una bolla questi provvedimenti e giustificato le sanzioni che, egli peraltro, temperò con misericordia. Nel Concilio Lateranense, a seguito delle gravi difficoltà della crociata albigese, la legge canonica sancirà ormai la legittimità delle inchieste pastorali, imporrà la ricerca di ufficio, la esposizione in preda, le confische, l’abbandono al braccio secolare (e non già la consegna) e infine l’”animadversio debita”. In tal modo la procedura per “inquisitionem” sarà sancita già nel 1215. Nell’aprile 1226 il re di Francia promulga contro gli eretici un editto: ogni eretico condannato come tale dal tribunale dell’Ordinario sarà senza indugio punito con l’”animadversio debita”: i complici e i fautori saranno colpiti da infamia. Il vescovo è dunque giudice dell’eretico e la formula dell’animadversio debita, farà la sua apparizione nel diritto reale francese. Nell’Ottobre 1226, Luigi VIII sanzionerà la scomunica: si prevederanno sanzioni pecuniarie dopo tre ammonizioni, e, se dopo un anno, saranno confiscate le proprietà degli ostinati. Quest’ordinanza può considerarsi il prototipo di tutta la legislazione successiva. Nelle leggi dell’impero Federico II inserirà i canoni del Concilio Lateranense, gli eretici se condannati tali dalla Chiesa, saranno soggetti all’esilio ed esposti alla confisca dei beni, con pregiudizio anche dei loro eredi. Non contento nel 1224 stabilirà che chiunque sarà stato condannato di eresia dal vescovo della sua diocesi, sarà a richiesta di questi, preso in consegna dalle autorità secolari del luogo e posto sul rogo. Sotto Gregorio IX la Chiesa riconosce ufficialmente il supplizio del rogo. La collaborazione dei poteri civili e religiosi per la ricerca e punizione degli eretici, impostata inizialmente a Verona nel1184, stabilita poi nell’impero nel 1220 e nel 1224, approvata quindi in Francia nel 1226, sarà confermata ufficialmente con il trattato e l’ordinanza “Cupientes” del 1229. Di fronte all’inatteso ritiro dell’imperatore dalla lotta antieretica, la politica dei re di Francia permetterà lo sviluppo di quella giurisdizione eccezionale che diventerà l’Inquisizione. Per alcuni l’origine dell’Inquisizione è da ricercare nel concilio di Tolosa (1129), in quanto in esso viene prevista la formazione di un tribunale straordinario di giudici legati permanenti incaricati di trovare e giudicare gli eretici. Il concilio tuttavia non crea alcuna nuova istituzione in quanto il vescovo resta il solo giudice e viene aiutato dalla commissione parrocchiale che rinforza la “persquisitio” imposta ai fedeli. Quattro clausole avranno da ora forza di legge :
La libertà della persona calunniata che nel 1129 veniva tutelata, dal 1231 non lo sarà più e i figli pagheranno gli errori dei genitori. Gli eretici condannati dalla Chiesa entro otto giorni saranno puniti dal giudice secolare con l' “animadversio debita”, la loro casa sarà distrutta e loro beni confiscati e divisi in tre parti uguali: al denunciatore, al senatore e per il rifacimento delle mura di Roma. Nel 1231 in Germania meridionale il Papa organizzerà un sistema speciale di inchiesta secondo le istruzioni date a Corrado di Marburgo nel 1227. A Corrado venne ordinato di scegliersi collaboratori competenti e di esigere l’appoggio del potere laico. Il papato inaugurò così il nuovo metodo, un’organizzazione particolare, fuori delle norme abituali e ignorando il tribunale dell’Ordinario. Non era prevista inquisitio o istruttoria preliminare: dopo il tempo di grazia previsto dalla predicazione viene instaurato un brutale potere di coercizione (di cui Corrado e i suoi collaboratori abuseranno). Tuttavia il papa si rivolgerà poi ai frati predicatori in termini meno drastici, ordinerà loro di inquisire con cura e dopo una predicazione solenne e con la collaborazione di fedeli ”discreti”, di procedere contro gli eretici e i loro fautori secondo gli statuti pontifici, di assolvere i pentiti e di accordare le dovute indulgenze. L’Arcivescovo di Magonza venne incaricato di organizzare nella sua diocesi persecuzioni contro gli eretici, servendosi dell’aiuto di religiosi dotti in teologia. Così nella Germania del Sud, l' “inquisitio” si manifesterà sotto diverse forme: è episcopale, monastica o per mandato pontificio. Papato e impero in queste persecuzioni agiranno in accordo. Nel marzo 1232 Federico II con l’editto di Ravenna aumenterà il rigore delle disposizioni contro gli eretici. In realtà gli interessi politici e religiosi erano così imbrogliati che i Catari italiani, favorevoli all’impero, costituivano un elemento importante del fenomeno ghibellino: indebolirli, avrebbe significato diminuire la forza del partito imperiale. Il conflitto con l’impero, anche se latente, è tale che il papa farà eleggere podestà fedeli alla sua causa. Spesso si creeranno disordini che per far cessare Gregorio IX ordinerà ai frati predicatori di procedere a inchieste ed esigere dalle autorità locali l’esecuzione delle misure previste. In questa vertenza si è voluto vedere la creazione dell’Ufficio inquisitoriale ma, a giudizio del Fliche e Martin non è così: durante gli anni 1231-32 nessun mandato ufficiale di inquisizione viene conferito in Italia ai prelati o ai regolari come invece avvenne nel resto dell’Impero. La tradizione vuole che sia S. Domenico il fondatore dell’Inquisizione, anzi, il primo inquisitore generale. In effetti solo dieci anni dopo la sua morte avvenuta nel 1221 si può parlare di inquisizione pontificia come istituzione regolare. L’Inquisizione nello sforzo fatto per trovare mezzi idonei a scoprire gli eretici che si nascondevano andava assumendo la forma concreta di organizzazione di cui i domenicani furono lo strumento più idoneo allo scopo tanto più che essi professavano che predicare e convertire fosse il loro primo dovere.
Origine dell’Inquisizione in Francia
L’8 e il 31 Gennaio 1231 Gregorio IX affidava all’Ordinario l’incarico di inquisire in Champagne e Borgogna. In Linguadoca, famiglie di albigiesi restano ostinate nelle loro credenze e, alcuni di essi accusati pubblicamente di eresia, avevano commesso delitti sulle terre e contro la persona dell’Arcivescovo per cui il papa aveva voluto che si procedesse contro di loro immediatamente. Egli inviò frati predicatori a predicare contro gli eretici del regno di Francia e regioni circostanti. La bolla del 13 Aprile 1233 indirizzata ai vescovi francesi, viene considerata come l’atto di nascita del tribunale speciale dell’inquisizione. Il fine è identico a quello per cui è stato creato in Germania anche se è diverso il movente: Il motivo addotto per la Germania è l’indolenza del clero, mentre per la Francia è il suo zelo eccessivo. Il 19 Aprile 1233 Roberto il Bulgaro, predicatore e cataro convertito, ricevette l’incarico in termini identici da quello di Corrado in Germania, con la sola differenza che viene prescritta la partecipazione del Vescovo e, nonostante queste riserve, Gregorio IX conferisce all’inquisitore francese l’autorità già accordata a Corrado in fatto di pene, con l’appoggio del braccio secolare. In Francia l’eresia si era propagata in quanto sforzi separati e sporadici non riuscivano a sradicarla. I disordini accaduti un po’ ovunque in Francia nel 1233 convincono Gregorio IX a opporvi una autorità decisa: al tribunale dell’Ordinario che conserverà comunque la sua competenza si affiancherà un tribunale di giudici delegati permanenti, posti sotto il diretto controllo della Santa Sede e obbligati ad agire conformemente agli statuti emanati da Roma. La Chiesa disponeva ormai per questo campo di una propria legislazione e di propri agenti, che nell’esercizio delle loro funzioni avranno a volte il concorso del potere secolare me, più spesso, l’ostilità della popolazione. In Francia la Santa Sede può contare sull’appoggio di Luigi IX. In Linguadoca l’inquisizione raggiunge il massimo, sotto il controllo della Santa Sede che è rappresentata dai suoi legati. Due concili testimoniano le loro attività, il primo tenuto a Béziers il 1232 o 1233, che conferma gli statuti di Narbona, esasperandone la severità contro i trasgressori: Questo concilio insiste sul ruolo principale dell’ordinario e non menziona l’inquisizione monastica che verrà fondata dopo alcuni mesi. Nel luglio 1234 il legato pontificio presiede il concilio dove ben 6 articoli su 24 trattano di eresie e delle pene. L’assemblea di Arles completa quella di Béziers, consolida il potere diocesano affiancandolo ovunque con una polizia parrocchiale e ripristina la procedura sinodale inaugurata a Verona nel 1184. Nel 1235 la Santa Sede affiderà il tribunale straordinario ai frati predicatori e incaricato il priore provinciale di nominare gli inquisitori; poi a causa delle violenze da essi commesse, aveva investito il suo legato del controllo generale sugli atti giudiziari. L’episcopato nella Linguadoca continua a svolgere un ruolo importante, indipendentemente da questi delegati speciali. Anche nel Nord e nell’Est, la lotta contro le eresie è molto perseguita se pure con caratteristiche diverse. Al Nord come al Sud le lagnanze diventarono generali e riguardavano la procedura nel suo insieme: si deplorano il segreto delle deposizioni e le difficoltà della difesa che, in mancanza di avvocati, è posta nelle mani di gente malevola e gelosa; così pure si lamenta che i giudizi vengono affidati a uomini immischiati nella politica e bramosi di condannare i fautori del conte di Tolosa, piuttosto che individuare i veri colpevoli. Così in Francia l’Inquisizione, nella forma secondo cui viene concepita nel 1233 incontrerà ben presto ostacoli. In realtà quella che viene designata come “Inquisizione monastica” durò 10 mesi al Nord e 19 al Sud. Durante il XIII secolo la repressione dell’eresia ha in grande interesse; Connessa con la questione dell’unità capetingia essa approfitta dell’accordo tra potere spirituale e temporale e finisce per favorirli. Al Nord, dove Gregorio IX l’aveva sospesa in seguito alla riprovazione dell’ordinario, l’inquisizione riprende ufficialmente nel 1235. Roberto il Bulgaro nella sua lunga carriera di inquisitore non aveva agito da solo: l’episcopato aveva partecipato alle istruttorie giudiziarie e alla preparazione delle sentenze e gli dava il cambio nel corso dei processi che riguardano i propri diocesani. L’Ordinario siede al fianco del delegato pontificio il quale peraltro è sostenuto dal re che provvede alla sua sicurezza e alle spese dei suoi spostamenti nonché al mantenimento dei prigionieri, come testimoniano i resoconti dei balivi regi. La calma sopravvenuta in Linguadoca durerà poco. Nella Pasqua del 1235 vi saranno molte confessioni di eretici che richiederanno l’aiuto dei frati minori e dei parroci delle città. Alcune inchieste degenereranno in tumulti. A poco a poco gli inquisitori si accingeranno a celebrare processi postumi con esumazione e cremazione che terrorizzavano i vivi e che costringeranno il Vescovo a lasciare la propria sede episcopale e i frati predicatori ad abbandonare il convento su pressione dei consoli che vennero scomunicati. Su intervento di Gregorio XI , che reagisce contro Raimondo VII che riterrà responsabile di tali avvenimenti, i frati e il vescovo torneranno sotto la protezione del legato nelle loro sedi. La pace tornerà poi nel marzo 1237, con soddisfazione del Papa. La mitigazione delle procedure inquisitoriali condusse a una reale sospensione dell’inquisizione nel mezzogiorno della Francia dal 1237 al 1241? Alcuni danno credito a questa opinione ma, i fatti e un numero di documenti provano il contrario.
L’organizzazione dell’Inquisizione
Papa Gregorio IX, incoraggiato dai successi che si potevano constatare nella lotta contro l’eresia, pubblicava una decretale che fu il fondamento di tutta la legislazione inquisitoriale successiva. Tale decretale stabiliva che, gli eretici, che come tali, fossero condannati, dovevano essere abbandonati al braccio secolare per ricevere dallo stesso un castigo esemplare, mentre coloro che fossero rientrati in seno alla Chiesa venivano condannati alla prigione perpetua, e chiunque fosse a conoscenza di qualche fatto di eresia, era obbligato, pena la scomunica, a denunciarlo alle autorità ecclesiastiche. Solo nel 1243 si può affermare che l’inquisizione ricevette una forma sua propria: venne aperto il tribunale, e si ebbero tre frati che coadiuvavano l’inquisitore, pubblici notai si adibirono per raccogliere per iscritto le deposizioni Pertanto si può affermare che l’inquisizione non fu una istituzione già completamente concepita alla sua nascita, né metodicamente già concepita. Essa fu il prodotto lento e graduale di una evoluzione causata dagli elementi di cui allora si poteva disporre, per arrivare allo scopo che si proponeva di raggiungere. Gregorio di fatto toglie ai vescovi la potestà di giudicare l’eresia trasferita dall’antica giurisdizione vescovile all’inquisizione, pur rimanendo nei tribunali inquisitoriali come “assessori”. L’esperimento di rivestire i frati predicatori della autorità di legati e del diritto di condannare senza appello, fu un atto imprudente che esasperò il clero: le relazioni tra inquisitori e vescovi erano delicate, tanto più perché i vescovi dovevano contribuire a mantenere l’apparato inquisitoriale. Alessandro IV rese l’inquisizione totalmente indipendente, affrancandola dall’obbligo di consultare i vescovi nel 1257. La reazione che ne conseguì, costrinse il papa a riportate le cose allo stato precedente: tuttavia i vescovi davo facoltà di intervenire all’inquisitore e viceversa, senza alcuna garanzia per l’accusato. Innocenzo IV comunicò ai principi una legislazione pensata ed elaborata per erigere la persecuzione sistematica al grado di elemento essenziale dell’edificio sociale: il potere ecclesiastico e civile erano uniti nella spietata caccia agli eretici: lo Stato aveva l’obbligo di accollarsi tutte le spese annesse al compimento della missione inquisitoriali. Non era ammessa alcuna opposizione all’opera dell’inquisizione e, se ciò capitava tutto il paese veniva considerato colpevole e veniva punito con forti multe, a meno che il colpevole dell’opposizione non si fosse costituito. Questa legislazione sembra inverosimile per le nostre mentalità, tuttavia il fatto che fosse accattata universalmente quasi senza opporre resistenza, ci dà l’idea dello stato dell’opinione pubblica dell’epoca. Tutta la potenza dello Stato veniva messa a servizio del Sant’Uffizio: sovrano, funzionari e ciascun individuo collaboravano perché ogni mancanza di zelo era considerata passibile di scomunica quale fautore di eresia. Il diritto di abrogare le leggi che ne ostacolassero il libero esercizio, riconosciuto da tutti i paesi, fece si che l’inquisizione si proclamasse suprema in tutti i paesi. Nell’esercizio di questa autorità, l’inquisitore agiva senza alcun controllo e senza che potesse essere attribuita loro alcuna responsabilità: nell’esercizio delle loro funzioni essi non potevano essere scomunicati, né essere sospesi da un altro legato della Santa Sede. Gli inquisitori erano sciolti dal dovere dell’obbedienza ai loro provinciali e ai loro generali: essi rappresentavano l’autorità suprema, inesorabile e terribile. Tutti erano uguali al cospetto dell’eresia anche il re era passibile di scomunica. I vescovi erano obbligati a prestare obbedienza all’inquisitore, ed erano però gli unici che sfuggivano alle sanzioni inquisitoriali: tuttavia l’inquisizione era un valido strumento per tenere in soggezione l’episcopato. In Europa si andava costruendo un sistema di polizia internazionale a cui non sfuggiva nulla: l’eretico veniva perseguitato anche fuori dal proprio paese di origine e difficilmente riusciva a sfuggire al proprio castigo. La Chiesa ricorse alla forza organizzata dell’inquisizione per soffocare l’eresia che si andava sviluppando, ponendo tale istituzione in mano ai frati mendicanti. Essi erano uomini che non si curavano di sacrificare tutto al raggiungimento dell’ideale nel quale consisteva la loro missione, rifuggivano lo splendore, prerogativa del clero secolare, e, vestiti dell’abito del proprio ordine, viaggiavano in tutti i luoghi ove c’era il sospetto di eresia. Dapprima la sede del tribunale inquisitoriale era il convento dei Mendicanti e le prigioni pubbliche e vescovili erano a sua disposizione, in seguito furono edificati edifici appositi, provvisti di celle in cui i poveri infelici restavano continuamente sotto la sorveglianza di chi li avrebbe poi giudicati. Successivamente l’inquisitore venne affiancato da un consigliere licenziato in diritto, in quanto l’inquisitore era spesso totalmente digiuno in questa disciplina. Il segreto più assoluto divenne il carattere essenziale del processo inquisitoriale: fu regola che le testimonianze carpite sia ai testimoni che agli accusati, dovessero essere raccolte in presenza di due testimoni imparziali estranei all’inquisizione dopo aver giurato di mantenere il segreto, in modo da dare alla procedura un carattere di imparzialità anche se spesso era solo apparenza. L’organizzazione dell’inquisizione abbracciò l’organizzazione stessa dello Stato, perché tutte le risorse di questo erano messe a disposizione di quella. Il giuramento di obbedienza che l’inquisitore aveva il diritto di esigere e il dovere d’imporre a chi fosse investito di una pubblica autorità, non costituiva una semplice formalità: chiunque si rifiutasse di prestarlo, veniva scomunicato con tutte le conseguenze che ciò comportava.
La procedura dell’Inquisizione
Due erano gli uffici dell’inquisitore: quello di giudice e quello di padre confessore. Come giudice egli difendeva il Vangelo e vendicava le ingiurie fatte a Dio col delitto di eresia, come padre, lottava per salvare le anime condannate alla perdizione a causa dell’errore. Qualora il colpevole avesse voluto misericordia, avrebbe dovuto fare atto di assoluta sottomissione. L’inquisitore non doveva solo constatare i fatti, ma assicurarsi dei pensieri più secreti e delle più recondite opinioni dell’accusato, poiché l’eresia era un delitto che si prestava facilmente a false ritrattazioni. Non deve meravigliare se la logica dell’inquisitore era spesso: meglio sacrificare cento innocenti che lasciare impunito un colpevole. In tal modo delle tre forme di azioni criminali, l’accusa, la denunzia, e l’inquisizione, l’ultima divenne necessariamente la regola, invece di rimanere qualche semplice eccezione. Ogni garanzia veniva soppressa e l’accusato era “a priori” considerato colpevole, né questi poteva ricorrere alla fuga, poiché l’assenza veniva considerata presunzione di reità. La procedura inquisitoriale era eminentemente pericolosa, perché l’accusatore vi si confondeva col giudice il quale era autorizzato a procedere sommariamente e a non curarsi tanto delle formalità ed è appunto per non dare troppo negli occhi che i processi inquisitoriali venivano circondati da profondo mistero fino a dopo la pronuncia della sentenza: persino la citazione delle persone sospette di eresia avveniva con segretezza. La delazione divenne indispensabile all’inquisizione, per scoprire il maggior numero possibile di sospetti, estorcere una confessione diventò il centro di tutta la procedura inquisitoriale : si erano preparati manuali appositi per addestrare i frati nella difficile arte di interrogare e di ottenere le risposte desiderate. L’inquisitore, per estorcere le confessioni all’accusato, aveva due categorie di risorse a sua totale disposizione : la frode e la tortura. Artefici per conquistarsi la fiducia del prigioniero venivano messi in pratica dai custodi delle carceri, atti di violenza venivano perpetuati per ottenere delle confessioni: confusi dal tremendo giogo al quale dovevano sottostare, disorientati, non sapendo cosa rispondere alle domande insidiose, spaventati dalle minacce del rogo se persistevano col negare, presi dalla disperazione, confessavano il delitto di cui venivano accusati e confermavano le loro confessioni, narrando favole a carico dei propri vicini, senza peraltro evitare la condanna alla prigione perpetua e la confisca dei loro beni. “Mai si vide più abilità a scoprire le sottigliezze dello spirito di discussione a ritrovare il punto più sensibile attraverso il quale potere attaccare il cuore e la coscienza senza pietà nell’infliggere i più orrendi strazi della agonia al corpo e al cervello, sia col lezzo della secreta in cui lo sfortunato veniva rinchiuso per lo spazio talora di vari anni che coi dolori più vivi della camera della tortura nonché con un freddo sfruttamento delle affezioni più care servendosi con schifoso cinismo di tutte le invenzioni della frode verso quegli sventurati già indeboliti dalla fame: quei suggerimenti che costoro ricevevano, si potrebbero rassomigliare ai consigli di altrettanti demoni esultanti per il potere illimitato loro affidato circa lo sfogo delle più vergognose passioni sopra infelici senza difesa. Oppure attraverso questi errori nell’animo inquisitoriale brillava la convinzione che essi, i carnefici, lavorassero unicamente per Iddio”. Corde, cavalletti e tortura così in antitesi col Cristianesimo, erano divenuti usuali in quei tempi, dopo le opposizioni di Graziano, che sosteneva essere regola comune di diritto canonico che non si debba estorcere coi tormenti nessuna confessione. La tortura lenta, i rinvii indefiniti, l’abbandono completo alla solitudine e nelle tenebre raggiungevano lo scopo di strappare le confessioni che si proponevano questi sostenitori dell’ortodossia. L’uso della tortura applicato alla scoperta dell’eresia fu approvato da Innocenzo IV nel 1254. La tortura evitava le spese e le noie di una lunga prigionia ed era un metodo spedito ed efficace, che rapidamente acquistò il favore degli inquisitori anche in quel tempo in cui la giurisprudenza civile non era troppo propensa ad adottarla. L’Inquisizione partiva dal preconcetto di reità dell’accusato, la prova testimoniale richiesta aveva ben poco valore. Innocenzo III, nelle formule riguardanti alcuni eretici Catari, ricordava alle autorità locali come un cumulo di forti presunzioni non costituissero una prova e non bastasse a motivare delle condanne in materia tanto grave. Tuttavia gli Inquisitori si sentirono, molto spesso superiori a queste sagge riserve del Papa. Coloro che non confessavano, difficilmente venivano rimessi in libertà in quanto si inventò un nuovo delitto : quello di “sospetta eresia”. Questa nuova dottrina riuscì ben presto ad insediarsi nel diritto penale di tutti i paesi. In linea generale occorrevano due testimoni per poter condannare un uomo onesto : tuttavia in casi in cui non fossero trovati e sfumasse la possibilità di accertare il delitto, si ricorreva alla discrezionalità dell’Inquisitore. Le deposizioni poi venivano prese tutte nel senso favorevole alla fede : se un testimonio revocava la propria testimonianza e questa si volgeva in favore dell’imputato, veniva dichiarata nulla, viceversa se la testimonianza risultava a sfavore dell’accusato, allora la ritrattazione fatta era considerata come non avvenuta. Molte delle proibizioni che venivano tenute in conto nell’accusa delle persone caddero quando si trattava di eresia: fin dal tempo di Graziano, i testimoni eretici od infami non venivano accettati quando si trattasse di eresia, gli editti di Federico II negavano agli eretici il diritto di presentarsi come testimoni nei processi di eresia, ma tale incapacità veniva a cadere quando si trattasse di deporre contro gli eretici. Nel diritto vigente in Italia nessuno che avesse meno di 16 anni poteva testimoniare, però quando si trattò di eresia, saranno permessi testimoni di età inferiore; mogli, figli e servi degli accusati non potevano deporre a favore, ma se deponevano a carico, allora la loro deposizione veniva accettata, e le si attribuirà una forza particolarmente probatoria. I testimoni reticenti erano convinti anch’essi ricorrendo alla tortura. Non era dato di conoscere, agli accusati, i nomi dei loro accusatori e di chi deponeva contro di loro: si cercava di preservare i testimoni da rappresaglie ma non si teneva conto che tali testimonianze potessero essere il risultato di odi e malignità, di vendette e di delazioni. II rifiuto di comunicare il nome dei testimoni sarà il primo passo verso la negazione della prova: se un testimonio ritrattava la deposizione l’accusato ne veniva tenuto all’oscuro perché ciò avrebbe potuto incoraggiare la sua difesa : tuttavia se la ritrattazione tornava a beneficio dell’accusato, il testimonio veniva punito per falsa testimonianza, tuttavia la sua deposizione era considerata veritiera se veniva invece ad aggravare la posizione dell’accusato. La procedura dell’Inquisizione restringeva i già scarsi diritti e le già scarse facilità di difesa che concedeva : tutta l’istruttoria preliminare era segreta ed avveniva senza che l’accusato ne sapesse nulla; l’incarto del suo processo era fatto prima che egli fosse arrestato, veniva esortato a confessare, veniva tenuto in prigione per anni, sottoponendolo alla tortura, prima che gli fosse concesso di conoscere le accuse. Solo quando gli era stata estorta una confessione o si disperava di ottenerla, gli era concesso conoscere le testimonianze che esistevano contro di lui, senza comunque mai poter apprendere il nome dei testimoni. Questo metodo contrastava con la cura illuminata di evitare ingiustizie che ispiravano i tribunali vescovili secondo i saggi canoni del concilio lateranense. A rendere più assoluto il carattere arbitrario dell’inquisizione, venne rifiutato all’accusato il diritto a farsi assistere da un avvocato: Innocenzo III in una decretale che venne poi incorporata nel diritto canonico, proibì ad avvocati e scrivani di prestare la propria opera in favore di eretici o fautori di eresia. Quegli avvocati che avessero avuto il coraggio di difendere un eretico, veniva considerato colpevole del delitto di complicità in eresia: ciò poteva equivalere ad essere considerati eretici. In tal modo la procedura inquisitoriale era molto semplificata: ricorrere ad un avvocato poteva riuscire pericoloso tanto all’avvocato quanto al suo difeso, poiché l’inquisizione aveva il diritto di assicurarsi di tutte le possibili informazioni avvenute tra lui e il suo cliente e non era permesso citare testi a discarico. Il tribunale dell’Inquisizione assommava in sé la funzione di accusa e difesa, ma se l’accusato non giungeva a indovinare il nome dei suoi accusatori e a togliere ogni peso alle loro testimonianze, poteva considerarsi già condannato. Colui che negasse il delitto per cui era accusato, pur dichiarandosi pronto a confessare pubblicamente la sua fede e di ubbidire in tutto alla Chiesa, veniva considerato un ostinato, e un’impenitente e per questo non degno di ottenere pietà. In teoria era permesso sporgere appello dal sant’uffizio al Papa, per negazione di giustizia ed irregolarità nella procedura, tuttavia, tale appello doveva essere sporto prima della pronuncia della sentenza la quale era sempre definitiva. Era l’Inquisitore che accordava o meno le lettere dimissorie che rinviavano la questione al giudizio della Santa Sede.
Le Pene : Prigionia, Confisca e Rogo
L’Inquisizione teoricamente non aveva la missione di infliggere castighi: il suo compito era di salvare le anime e rimetterle sulla strada della salute mediante penitenze: non poteva condannare a morte non confiscava in genere i beni degli eretici (fatta eccezione per l’Italia), constatava solo l’esistenza di un delitto che nella legislazione civile equivaleva a non poter possedere beni, poteva imporre delle multe da adibire ad usi pii. Le penitenze inflitte dall’inquisitore erano degradanti e umilianti, comportavano pene corporali: si esponevano i prigionieri rimessi in libertà sotto cauzione al “pubblico ludibrio”, si costringevano a digiuni, astinenze o addirittura a lunghi pellegrinaggi scalzi. Nel frattempo le loro famiglie si disgregavano o addirittura erano costrette alla fame. Chi si era ravveduto e finiva in prigione, sperimentava qualcosa che forse era peggiore alla morte: esse erano fetide, malsane, in esse i prigionieri venivano nutriti a pane ed acqua, non si potevano lavare, né cambiare i propri abiti: la loro morte veniva considerata uno sgravio. Si comprende facilmente quanto potesse essere miserabile la sorte di questi prigionieri se i loro oppressori e carcerieri mercanteggiavano anche sul macro mantenimento che era loro necessario, benché si fosse largamente profittato dalle enormi confische, risultato delle persecuzioni. Tutta la potenza dell’Inquisizione risiedeva nelle sentenze di scomunica: le censure inquisitoriali, pur identiche a quelle delle altre autorità ecclesiastiche, in effetti, a causa della condotta scandalosa del Clero disprezzato dal popolo, avevano acquistato una importanza maggiore. La confisca era il risultato della sentenza inquisitoriale. La sua origine va cercata nel diritto romano: è vero però che anche nei feroci editti emanati contro i manichei la confisca non si spinse mai fino a privare dei beni gli eredi innocenti. Le relazioni che passavano tra Inquisizione e i beni confiscati variarono a seconda dei tempi e dei luoghi, in Francia, ad esempio il titolo di proprietà andava al fisco non appena il delitto fosse stato commesso: perciò l’Inquisitore constatava solo la colpa dell’accusato, e lasciava poi allo Stato di agire in conformità della colpa. In breve però l’autorità papale riuscì a farsi aggiudicare una parte delle confische, e ciò non solo negli stati della Chiesa, ma in tutti: l’inquisizione ebbe così un interesse diretto nelle confische, anzi, i suoi funzionari, soprattutto in Italia, ebbero la pretesa non solo dio stabilire ma anche di regolare la spogliazione degli eretici. Ch. Lea è dell’opinione che l’Inquisizione non fece solo ogni sforzo per soffocare le aspirazioni intellettuali del Trecento, ma ha contribuito sostanzialmente a ritardare lo sviluppo dei progressi materiali, contribuì a distruggere la promettente civiltà della Francia Meridionale e a trasferire in Inghilterra e nei Paesi Bassi in cui l’inquisizione fu relativamente impotente, quel primato commerciale e industriale che aprì la strada alla potenza, alla libertà e al progresso delle Regioni del Nord. Il punto saliente delle penalità inquisitoriali era il rogo. Quando l’eretico si ostinava, la Chiesa ritirava la sua protezione e lo “rilasciava “ ovvero lo affidava ai tribunali civili, ed essi lo condannava al rogo. Malgrado le enormi dimensioni che aveva preso la pena di morte, il numero delle vittime che perirono sul rogo, è assai minore di quello che si crede: per quanto sia certi che si ricorse di frequente al rogo, si deve però osservare che fra tutti i mezzi di repressione, il rogo fu quello meno usato poiché gli Inquisitori in genere si preoccupavano più di ottenere conversioni con le conseguenti denunzie e confische, che non aumentare il numero dei martiri.
Cause delle Persecuzioni e Crudeltà nel Medioevo
Per tanti secoli sono state inflitte orribili crudeltà in nome di Cristo. Tali barbarie sono state spiegate o giustificate in vari modi. Alcuni filosofi ne hanno ricercato l’origine nella dottrina della salvezza, secondo la quale coloro che erano investiti dell’autorità avevano il dovere di perseguitare gli eretici per impedire loro di indurre altre anime in perdizione. Secondo altri, tutto si spiega se si ammette una sopravvivenza dell’antico concetto di solidarietà esistente fra membri della stessa tribù, concetto che si sarebbe venuto poi trasformando in quello di solidarietà tra tutti i membri della cristianità, che faceva ricadere su tutti una parte del peccato commesso contro Dio se si fosse trascurato di punire severamente il peccatore. Uomini di qualità ed elevata intelligenza, professanti una religione fondata sulla carità e sull’amore, si dimostrarono feroci quando si tratterà di eresia e saranno pronti a schiacciarla infliggendo crudeli torture. In questo modo di agire furono gli interpreti dell’opinione pubblica quale era ed è stata dal XIII al XVII secolo. Per comprendere bene ciò occorre tener presente che la civiltà dell’epoca era dominata da più forti passioni, convinzioni ardenti, vizi e virtù, di quello che possono trovarsi ai nostri tempi. Ovunque dominava lo spirito militare, la crudeltà senza rimorsi, gli uomini erano abituati ad affidarsi alla forza materiale e non alla persuasione e guardava la sofferenza dei propri simili con indifferenza. Popoli abituati alla più barbara crudeltà consideravano la propagazione dell’eresia non un delitto ma il peggiore dei delitti e come tale andava punito”. Che questo concetto dell’eresia e del dovere di sopprimerla non fosse penetrato a un tratto nella chiesa e nei popoli del Medioevo, noi l’abbiamo visto nell’esitazione che caratterizza i passi che su questa strada si stanno facendo nei secoli XI e XII; questo dimostra che il concetto di solidarietà, della responsabilità collettiva dinnanzi a Dio, non basta da sé solo a spiegarci gli eccessi dello spirito di persecuzione, pur avendo contribuito parecchio a produrli”. Poiché le eresie crescevano divenendo sempre più minacciose spiriti zelanti e illuminati iniziarono a preoccuparsi e contemplarono la spaventosa possibilità che la Chiesa di Dio potesse essere rovesciata dalle sette sataniche. Sorse il fanatismo e crebbe in modo inevitabile. Quando sembrò che ciò stesse per verificarsi davvero, quando il popolo s’accorse che la Chiesa, se voleva prevalere sugli eserciti del Maligno, doveva lottare senza pietà, allora non vi fu credente che non pensasse che era misericordia lottare col fuoco e con la spada contro gli emissari di Satana, per il benessere delle anime e della generazioni future. Che gli uomini che servivano di strumento all’inquisizione fossero sinceri e convinti di lavorare per la maggior gloria di Dio è cosa che rimane provata dall’abitudine invalsa di incoraggiarli all’opera con l’elargire loro indulgenza uguali a quelle che erano inerenti ad un pellegrinaggio in Terra Santa. Data inoltre l’esistenza dello spirito di fanatismo che animava anche le persone altrimenti colme di carità e di amore, nessuna meraviglia che venisse loro insegnato, ed essi credessero, che la compassione per le sofferenze degli eretici fosse non solo una debolezza ma un peccato. Se tuttavia rimaneva ancora qualche scrupolo la teologia scolastica lo distruggeva dimostrando come la persecuzione fosse un’opera di carità soprattutto proficua per coloro che erano raggiunti dalla giustizia della Chiesa. E’ anche vero però che la ribellione religiosa minacciava i possessi temporali della Chiesa e i privilegi dei suoi membri, ed il desiderio di conservare questi privilegi spiega, almeno in parte, la resistenza opposta ad ogni innovazione . E’ da tener presente infatti che nel XIII secolo la potenza e la ricchezza della Chiesa e della sua gerarchia era già da tempo riconosciuta dal diritto pubblico dell’Europa. I capi della Chiesa consideravano loro sacro dovere considerare i diritti ereditati, contro l’audacia di nemici di cui le dottrine tendevano a sovvertire ciò che essi reputavano la base dell’ordine sociale.
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