Ricerche Templari

Il Declino

Non Nobis Domine, Non Nobis, Sed Nomini Tuo Da Gloriam
 

 

 

I Processi e la Soppressione

 

Né la storiografia antica, né quella moderna, nonostante l'abbondanza dei documenti originali, ha approfondito adeguatamente il processo dei Templari. Gli studi storiografici concordano nel fatto che non è lecito trarre dai soli atti processuali illazioni retrospettive sui Templari dei decenni e secoli precedenti e ciò è confermato anche dai più recenti studi storiografici. Nell'ambito degli studi sui Templari domina l'opinione che i cavalieri francesi dell'Ordine, deponendo le armi si consegnarono nelle mani di Filippo il Bello, che, nemico del loro Ordine, ne perseguì l'annientamento con determinazione e accanimento. Un processo dell'Inquisizione sarebbe, secondo gli usi del periodo in questione, stato di pertinenza della Chiesa, ma Filippo seppe precederla. E' opinione unanime che i giudici ecclesiastici e il Papa non furono che strumenti del sovrano. I Templari prigionieri rimasero sotto la giurisdizione del re anche quando si asseriva fossero sotto l'egida del Pontefice. Per via di questo concorso di circostanze, che fu fatale per i Templari, le fasi del processo furono fin dal principio unificate e, nel complesso, storicamente questo processo non può che venire valutato una farsa.

Le fonti mostrano che le confessioni dei Templari non sono che copie stereotipe che raccontano tutte gli stessi misfatti, com'è tipico delle deposizioni estorte o suggerite. Un altro fatto, in ultima analisi, dimostra che il processo ai Templari è atipico : agli imputati degli altri processi per eresia di cui siamo a conoscenza venivano contestate colpe sostanzialmente diverse, quali la negazione della divinità di Cristo, della Trinità, dell'immortalità, dei sacramenti oppure gravi mancanze nei confronti della Chiesa. Un altro fatto che colpisce molto é che negli altri paesi, l'inquisizione prosciolse l'Ordine dalle accuse. I Templari vennero dichiarati colpevoli essenzialmente in Francia e nello Stato della Chiesa. Gli studiosi concordano nel giudicare che le assurdità delle confessioni nel processo fatto in Francia ai Templari, non possono essere chiamate in causa per giudicare la vita spirituale e religiosa dei Templari prima del processo e nelle altre parti d'Europa. Non si può dedurre dalle confessioni una potenziale degenerazione o addirittura l'eresia dell'Ordine. Vi erano state lagnanze e rimostranze sull'Ordine da parte di pontefici e dignitari, abusi connessi agli Ordini cavallereschi erano noti già nel concilio Lateranense del 1179 e negli scritti del Papa Innocenzo III nel 1212. Ma singole espressioni di scontento non possono far trarre conseguenze su quella che era la reale situazione dell'Ordine. Rimproveri per orgoglio, superbia e avidità, uso distorto dei privilegi pontifici erano già stati mossi, ma nessuno di essi conteneva accuse di eresia. Prutz, sottolinea che il motivo del malessere e del contegno minaccioso che Urbano V e Clemente IV avevano manifestato dipendeva dal rifiuto dei Templari di combattere contro Manfredi. La storiografia dei tempi passati segnalava come possibile motivo dell'accusa di eresia la traduzione francese della Bibbia, della metà del XII secolo proveniente da ambienti templari. Tale traduzione non contiene nulla di realmente ereticale, vi è solo presentata una interpretazione della storia della creazione forse un po’ troppo libera.  Non è emersa, in tutta la storiografia moderna alcun fatto che provi la presunta eresia dell'Ordine, anzi, gli stessi Templari combatterono l'eresia strenuamente.

Volendo riassumere, la storiografia recente cita quattro fattori che avrebbero portato o, almeno accelerato la fine dei Templari : 

  • esisteva da parte della corona di Francia un fortissimo interesse a sbarazzarsi del potere dei Templari. Sono di quest'avviso Burrows e Maria Bulst-Thiele:
  • la debolezza mostrata durante la cosiddetta cattività di Avignone dei papi residenti in Francia nei confronti del sovrano francese fu un fenomeno eclatante;
  • l'opinione pubblica era molto avversa ai Templari, e, in questo suo giudizio il popolo fu confermato e manipolato dalla propaganda del re Filippo e di Nogaret;
  • l'azione della politica francese colpì l’Ordine solo dopo il ritiro della Terra Santa.

Nel valutare i singoli personaggi gli storici moderni si mostrano concordi nel descriverli :  

  • da un lato si colloca Filippo, abile calcolatore, disposto a sacrificare quasi tutto alla ragione di stato  e a perseguire i propri scopi senza farsi scrupoli morali.Seppe circondarsi di consiglieri anch'essi senza scrupoli che eseguivano il suo volere senza porvi freno, cercando di spingere l'opinione pubblica versi i progetti del re: la propaganda e l'uso del terrore furono mezzi efficaci;
  • dall'altro lato si colloca  Clemente V, Papa che non merita certo il titolo di avversario. Finke così lo descrive "Egli era un uomo debole ed emotivo, limitato: pensava in primo luogo ai suoi parenti e si seppe mostrare ostinato solo con pochi potenti. Nei confronti di Filippo il Bello, poi fu accondiscendente come raramente un Papa verso un signore temporale". Rifiutandosi di tornare a Roma Clemente aveva scelto volutamente di vivere nella sfera di Filippo ed era conscio della sua dipendenza. Era un uomo infermo, le cui energie erano paralizzate da una salute estremamente cagionevole. Non è facile stabilire se Clemente era o meno consapevole dell'innocenza dei Templari. Resta il dubbio anche sul fatto se abbia deciso da solo, di sua spontanea volontà, di sciogliere l'Ordine.

In ogni caso il punto essenziale, che non va sottovalutato, è che il destino dei Templari era strettamente connesso alle crociate, il cui fallimento portò in Occidente a gravi conflitti interni. I crociati non riuscirono a portare a termine il loro compito di cristianizzare la Terra Santa: l'Ordine dei Templari che era l'espressione più elevata del crociato non aveva quindi adempiuto al proprio ideale e ciò non poteva che suscitare interrogativi e dubbi: l'Ordine  non poté fare ritorno nella propria terra d'origine senza rimanere danneggiato nella sua immagine. Probabilmente i Templari stessi avevano dubbi che li danneggiarono più delle battaglie in Terra Santa. Furono forse proprio gli interrogativi sul senso delle loro lotte, protratte per duecento anni, che toccarono l'Ordine nel profondo, non la corruzione ma l'attaccamento all'antico ideale dei primi crociati. Reynouard, riporta il clima di disfattismo che già nel 1265 si era annidato nel cuore dei Templari, mentre erano al culmine della loro potenza; è certo quindi che dopo il loro annientamento l'Ordine restò sicuramente colpito nel vivo, perdendo la fiducia in quell'aspetto della fede che li aveva animati e mossi. Le calunnie di re Filippo anche se inventate, toccarono l'Ordine già intaccato per la perdita della sua forza interiore, e, quegli stessi che nella guerra furono combattenti di prima linea non seppero tener testa alla brutalità di questo diverso campo di battaglia. La decisione del Maestro de Molay di lasciare Cipro portando con sé il tesoro dell'Ordine a Parigi, appare oggi una scelta infelice che risultò fatale all'Ordine. I Templari ora erano una sorta di esercito di stanza a Parigi al comando del proprio generale che non dipendeva dall’autorità del re. E' anche vero che Filippo non aveva motivo di lagnarsi: i Templari non sembravano interessarsi della politica del re. Tuttavia, egli giudicava che una tale forza militare senza uno scopo avrebbe potuto un giorno divenire un pericolo. Più volte Filippo elogiò i Templari in lettere circolari e chiese di venire addirittura accettato nell'Ordine. Alla morte di Papa Bonifacio (1303), la nomina di Clemente V portò a un radicale mutamento della situazione. Il pontefice, scegliendo di risiedere in Francia, non era più considerato un pericolo da Filippo che con una modesta forza militare avrebbe potuto farlo prigioniero senza dover richiedere  l'aiuto dell'Ordine, come si era verificato nel caso di Bonifacio e per questo era dunque divenuto superfluo, anche se non rappresentava ancora un pericolo. I Templari non mostravano interesse per la politica e per i piani della Francia: il Gran  Maestro e il suo entourage mostravano un amore cieco per la Francia tanto che traslarono il loro tesoro dall'Oriente a Parigi. Autori francesi amano sottolineare la ragione di stato che avrebbe costretto Filippo a bandire, con l'annientamento di quell'Ordine militarmente tanto potente , un potenziale pericolo che non poteva venire escluso appieno. Ma non c'è prova dei sentimenti ostili dei Templari per cui l'unica ragione di procedere sembra solo il saccheggio della sua ricchezza. Significativa la tattica messa in atto per imprigionare i Templari che ricalcò quella stessa utilizzata dal re contro gli Ebrei per depredarli. Ma Filippo non era così sciocco da annientare un Ordine senza addurre motivazioni serie per l'opinione pubblica. Nogaret, suo consigliere, che ad Anagni aveva tenuto prigioniero Bonifacio VIII, contribuendo alla sua precoce morte, non era uomo da avere inibizioni. Marigny suo ministro delle finanze era un uomo senza scrupoli religiosi. Eresia ed immoralità sembrarono le accuse migliori per annientare l'Ordine, i ministri la prospettarono e il re si lasciò allettare. Col processo ai Templari Filippo aveva dinanzi il caso ideale: una difesa della fede che al tempo stesso riusciva conveniente allo stato. Se l'Ordine era degenerato e vi si era diffusa l'eresia doveva essere processato e soppresso. Inoltre le sue vaste proprietà e i suoi beni e il tesoro della casa del Tempio di Parigi erano stati predestinati a risolvere i problemi finanziari del regno, se solo ci fosse stata la possibilità di metterci le mani sopra. Annientando i Templari si sarebbe sbarazzato quindi di uno scomodo potere militare che non rispondeva ai suoi ordini e avrebbe salvato le proprie dissestate finanze. Nogaret, inoltre, aveva in Guglielmo Imbert, grande inquisitore di Francia, domenicano confessore del re, un grande aiuto. Filippo, inoltre , non intraprendeva mai nulla senza consultare il suo ministro Enguerron de Marigny, ministro delle finanze e delle opere architettoniche. A quell'epoca i cantieri per l'erezione di Notre - Dame e del palazzo reale erano fermi e la moneta era stata già svalutata più volte. La distruzione dei Templari e la confisca delle loro ricchezze apriva prospettive positive anche per la giurisdizione di cui il Marigny era responsabile. Essendo l'Ordine dei Templari sotto la tutela diretta del pontefice, Filippo ritenne di dover chiedere l'opinione del Papa. Clemente V aveva deliberato già dal 24 agosto 1307 una propria inchiesta sulle voci che circolavano sull'Ordine, inchiesta sollecitata anche dal Maestro de Molay. I consiglieri del re, ritennero il punto di vista del pontefice pericoloso, e, conoscendolo bene temettero che non si sarebbe mai schierato contro il potente Ordine. Si doveva pertanto prevenire una possibile assoluzione dell'Ordine. Fu Guglielmo Imbert, teologo e giurista, consigliere del re che trovò la risposta adatta. Egli distinse astutamente le due questioni: il Papa poteva bene procedere nella sua inchiesta sull'Ordine, ma questo non impediva in alcun modo a lui, Grande Inquisitore, di procedere contro i singoli membri dell'Ordine. Era un suo diritto giacché chi era sospettato di eresia soggiaceva alla sua diretta giurisdizione anche se appartenente ad un "Ordine  esente"; trattandosi del Gran  Maestro e delle alte cariche del Tempio e di diverse province si poteva far appello alla "epikeia", il caso giuridico non previsto dal legislatore. I crimini di cui erano accusati i Templari fornivano pertanto un motivo più che sufficiente. Sussisteva a suo avviso  il pericolo che quella setta di degenerati infestasse con la sua eresia tutto il paese. Il re, quale responsabile davanti a Dio della fede e moralità del suo regno, fu ben lieto che nel reticolo del Canone ci fosse un varco attraverso cui sgusciare: il suo padre confessore Imbert l'avrebbe assolto dal peccato di infrazioni della legge e, Nogaret, lo aveva dissuaso dal confidarsi col Papa. Clemente, d'altra parte era circondato da collaboratori poco accorti, si contornava di parenti sempre pieni di debiti, nonostante le ricche prebende e le rendite assegnate. Inoltre conduceva una vita che non si addiceva al suo stato, aveva infatti una concubina, la bella Mèlisenda del Perigord, figlia del conte di Foix che gli costava moltissimo.  Quindi Filippo aveva delle armi potenti contro il Pontefice : se il Papa avesse opposto delle difficoltà avrebbero potuto minacciarlo di farlo destituire per comportamento indegno, appellandosi al Concilio, visto che  non mancavano motivi plausibili. Nogaret, proveniva dall'esperienza contro Bonifacio VIII a cui aveva attribuito i più fantasiosi crimini: simonia, raggiri, assassinio, magia, ateismo professo. Questa massa di menzogne e calunnie fungeranno da freno  contro Clemente: se il Papa avesse intralciato i suoi piani lo avrebbe potuto minacciare di un processo postumo al suo predecessore e il Papa non avrebbe voluto esporsi a una tale onta. Il successo dell'impresa contro i Templari dipendeva essenzialmente dal grado di  benevolenza di Clemente: i tribunali dell'inquisizione, che si utilizzassero quelli del Santo Uffizio o dell'inquisizione episcopale, erano sotto il controllo del Papa. Perché Filippo potesse godere della confisca dei beni che si riprometteva in Francia era necessario che misure simili contro il Tempio  fossero prese in tutta Europa e, per fare questo, era indispensabile la cooperazione del Papa.  Clemente dirà più tardi di essere stato al corrente del progetto di Filippo in tutti i dettagli già dal 14 novembre 1305, ma non si può fare affidamento su quello che è affermato nelle diverse bolle papali  intaccate da tante menzogne. E' probabile che quando Clemente richiamò in Francia il Gran  Maestro dei Templari e degli Ospitalieri di Molay e Villaret, nel 1306  fosse in  buona fede e che fu lo stesso di Molay, per sua imprudenza, a decretare la fine del Tempio, eccitando la cupidigia del re , dando a vedere di essere intenzionato a trasferirsi definitivamente in Francia. Per alcuni autori la Chiesa non contò quasi nulla in questo processo, che essa stessa condannò, e se fosse dipeso da lei l'inquisizione non si sarebbe mai occupata dei Templari, tuttavia tutte le calunnie, tutti i comportamenti disumani degli sgherri del re  non sarebbero stati possibili se Papa Clemente non avesse mostrato una tale debolezza, e non avesse accettato con rassegnazione addirittura anormale le atrocità che avvenivano. Alcuni autori sottolineano la strategia usata contro l'Ordine, una vera e propria propaganda, messa in piedi dai geniali strateghi di Filippo, Nogaret e Pierre Dubois. L'Ordine, pur essendone a conoscenza perché utilizzata dallo stesso Nogaret contro Papa Bonifacio, la sottovalutò. E' probabile che i cavalieri templari vivessero come in un'altra epoca. Cresciuti nel periodo feudale dell'aristocrazia, non si davano pensiero dell'opinione pubblica. I pettegolezzi e le chiacchiere li lasciavano indifferenti: essi erano come signori di castelli, con vasti possedimenti terrieri, grandi banchieri di re e papi, lontani dal popolo minuto, che esisteva solo per servirli. Quando il Papa richiamò di Molay, egli ubbidì alla chiamata pontificia, ma non si mise in viaggio in incognito, senza farsi vedere: salì su una nave con un piccolo esercito e, con la pompa di un re, attraversò la Francia trasversalmente da Marsiglia a Parigi, portando il tesoro templare. Come mai questo atteggiamento del Gran  Maestro? Forse  voleva far mostra del potere dell'Ordine, mostrare che dopo la perdita della Terra Santa l'Ordine non era sconfitto. Nessuno si sarebbe mai sognato di attaccare un Ordine così militarmente forte e finanziariamente tanto solido. I vertici dell'Ordine non erano a conoscenza del fatto che le dicerie maligne che si erano diffuse un po’ dovunque celassero una strategia per sopprimere l'Ordine e forse  neanche il Papa ne era al corrente. E' anche probabile che se i Templari fossero stati ancora allo zenith della loro potenza avrebbero potuto tenersi maggiormente  al corrente delle abili manovre politiche di Filippo e della curia, avrebbero potuto utilizzare abili agenti introdotti a corte e in curia, ma probabilmente essi ritenevano di poter fare a meno di delatori. Essi si dimostrarono ciechi anche nei confronti del nuovo potere politico che si andava diffondendo sotto Filippo il Bello, quel nuovo ceto di giuristi medio - borghesi, che miravano a sostituire il diritto feudale con quello romano: i "legisti". Essi miravano soprattutto a rafforzare il potere monarchico, infrangendo i privilegi della Chiesa e degli aristocratici. Con loro la tortura fece ingresso nell'accertamento del diritto, considerata mezzo valido e appropriato. I ministri e i consiglieri di Filippo erano legisti: è probabile che i Templari, aristocratici d'alto lignaggio, guerrieri, guardassero con disprezzo questo gruppo di civilisti che usavano la penna e non la spada. I legisti sotto il regno di Filippo il Bello avranno un ruolo importante a livello organizzativo per le nuove strutture giuridico - amministrative del regno di Francia. Tuttavia non furono i soli a determinare la trasformazione dello stato: altri elementi vi contribuirono, quali la creazione di nuovi organismi di potere quali il Consiglio e l'Assemblea degli Stati Generali. Al Consiglio parteciperanno "Borghesi" e "Stranieri" (Lombardi): nella ricca borghesia parigina e tra i banchieri italiani il re troverà "tecnici" dei commerci e delle finanze, inesistenti nella nobiltà francese. Accanto a mercanti e banchieri sedevano avvocati e giureconsulti: i legisti saranno una presenza fondamentale nel Consiglio. Essi furono i responsabili della “vergognosa" politica del regno e della stessa emancipazione regale, tanto da influenzare con il loro ideale  “regalista" le decisioni dello stesso Filippo? Per Michelet i legisti erano i rappresentanti di quella classe media che aspira a una società senza altri privilegi che quelli che derivano dello Stato. Essi, usciti dalle Università dove si studiava il  diritto erano una nuova generazione capace di assurgere a cariche politiche e a partecipare al Consiglio del re, rivestire cariche giuridiche nel Parlamento e nell'Amministrazione Pubblica. Essi sono soprattutto i rappresentanti del potere monarchico e aristocratico e ciò fa di loro  dei conservatori, sul piano politico e come consiglieri del re ognuno di loro seppe farsi portavoce di esigenze politiche ben definite: Pierre Flotte sarà  portavoce di una politica difensiva della regalità contro le intromissioni della Chiesa, il Nogaret si ergerà difensore della cattolicità contro un Papa "usurpatore" ed "eretico" e contro la pretesa eresia dell'Ordine del Tempio, Enguerrand di Marigny indirizzerà la  politica del regno verso i problemi finanziari dello Stato. Anche l’altro nuovo potere dello stato di Filippo "la Gens du Roi", un piccolo ma potente reparto di polizia, era quasi ignorato dai cavalieri. Gli aristocratici, e con loro i Templari, si facevano beffe di quest'armata, reclutata tra borghesi e bifolchi. I Templari trascurano di studiare la strategia della polizia di Filippo che aveva dato già ottime prove di sé: col suo aiuto e grazie alla sua segretezza era stato possibile in un sol giorno e contemporaneamente imprigionare tutti gli Ebrei del regno. Nei primi anni del regno di Filippo si era dimostrato ben disposto nei confronti degli Ebrei: gli affari di questi abili mercanti erano prosperati intorno al 1300. Quando i loro forzieri furono pieni la "gens du roi" li imprigionò e li tenne in ceppi finché non rivelarono i nascondigli delle loro ricchezze: erano stati appoggiati dal re per poi poterli depredare in modo vantaggioso. Coi Templari andò in modo analogo. Tutte queste azioni erano state possibili perché la polizia di Filippo agì  in modo mirato e con segretezza. Gli strateghi del Tempio non capirono che  nello stato di Filippo, strutturato secondo una nuova concezione, non erano necessarie le armi dei cavalieri, bensì buoni poliziotti. Questi avrebbero presto fatto prigionieri in tutta la Francia e contemporaneamente i Templari.  Nel corso di un decennio vi era stata una svolta nella storia: dal medioevo feudale si era giunti a un'epoca totalmente nuova. Filippo fu veloce a decretare il destino del Tempio e i suoi agenti attivi nel raccogliere gli elementi di accusa, egli  abbandonò l'affare della condanna della memoria di Bonifacio per dedicarsi all'”affare Templari”, a trovare prove per dimostrare la loro colpevolezza. Il colloquio tra Papa Clemente e il Maestro di Molay fu con molta probabilità tranquillo: i Templari tornarono a  Parigi liberati da tutte le inquietudini e persuasi che si fossero giustificati adeguatamente. De Molay stesso il giorno prima dell'arresto era presente alle esequie di Caterina, moglie di Charles de Valois, onore  concessogli dallo stesso Filippo per lasciargli credere che nulla era accaduto. Il 24 agosto Clemente scriverà al re per spronarlo a concludere la pace con l'Inghilterra: nella lettera farà allusione alle accuse mosse dal re contro i Templari dichiarando le testimonianze incredibili e impossibili. Egli al ritorno a Poitiers avrebbe aperto l'inchiesta richiesta dallo stesso de Molay, pertanto chiedeva al re di trasmettergli i documenti in suo possesso. E' probabile che Clemente avesse deciso di insabbiare l'inchiesta, e Filippo che aveva i mezzi per attendere al suo scopo ed era sicuro che se la Chiesa si fosse trovata mescolata nella partita non avrebbe potuto rifiutare il suo appoggio, giocò di sorpresa. Il 14 settembre lettere furono inviate ai rappresentanti del re in tutta la Francia che ordinavano su richiesta di frate Guillaume, l'arresto simultaneo di tutti i Templari per il giorno 13 ottobre e il sequestro dei loro beni. Il 20 settembre Guillaume inviò lettere a inquisitori, priori, sotto - priori e lettori domenicani dando loro mandato per agire ed elencando i crimini dei Templari. Egli dopo aver esaminato le testimonianze di accusa aveva richiesto infatti l'assistenza del re. Il re aveva inviato istruzioni precise sul modo di procedere agli arresti, sul modo di condurre l'inchiesta, preceduta dalle richiesta di assistenza fattagli dall'inquisitore e l'elenco delle accuse. La stessa lettera in tutto il regno nello stesso giorno: una operazione preparata nei minimi dettagli e che fu un successo completo. Pochi riuscirono a fuggire, quei pochi che si sottrassero all'arresto fuggirono il giorno stesso degli arresti. La politica del fatto compiuto attuata da Filippo non fu apprezzata fuori dal regno: lo stesso Papa il 27 ottobre scriverà al re deplorando il suo comportamento impulsivo che è un insulto contro di lui e contro la Chiesa. Clemente è certo un Papa debole, malato e indeciso, ma sa certamente che in questa faccenda è l'autorità pontificia ad essere la vera posta, non il Tempio. Il re tralascia le proteste di Clemente, tanto più che a fine Ottobre arrivano le prime confessioni dei Templari a cui il Papa avrebbe dovuto credere. Nel corso di Novembre e Dicembre il Papa e i sovrani europei cambiano atteggiamento. Il Papa decide di bloccare la procedura sommaria messa in atto da Filippo e di riprendere l'iniziativa : la procedura intrapresa contro il Tempio doveva essere pubblica e sotto il controllo della Chiesa. Con la bolla “Pastoralis praeminentia” egli ordina, il 22 novembre, l'arresto di tutti i Templari e la messa sotto tutela dei beni dei Templari. Anche i sovrani che non avevano creduto nelle accuse o avevano espressi dubbi saranno costretti a procedere agli arresti, poi la successiva bolla dell'agosto 1308 “Faciens misericordiam completerà l'opera. Negli stati o nelle altre regioni l'atteggiamento dell'autorità dipenderà soprattutto dai legami con la corona di Francia: verranno effettuati arresti in Inghilterra, Irlanda e isole britanniche (135 Templari); in Navarra i Templari verranno imprigionati a Pamplona, in Aragona nel regno di Valenzia, in Castiglia e Portogallo gli arresti avverranno solo  dopo l'agosto 1308. Il conte di Provenza e il re di Napoli imitarono Filippo, a Tolone il vescovo avvertì i Templari e 7 fuggiranno, nelle Fiandre l'ordine d 'arresto fu pubblicato il 13 novembre 1307 ma non ebbe effetti immediati,  fu rinnovato perciò nel marzo del 1308. In Bretagna gli arresti portarono allo scontro, in Germania vi furono arresti nell'estate del 1308, in Austria, Polonia e Ungheria non si hanno notizie, in Italia, alcuni fuggirono, buona parte fu assolta dai tribunali ecclesiastici. A Cipro la resistenza fu accanita: solo l'1 giugno 1308 il Maresciallo dell'Ordine depose le armi e i Templari furono arrestati. Occorsero  nove mesi affinché l'ordinanza del Papa fosse applicata in tutta la cristianità. Dopo le prime confessioni in Francia le accuse contro i Templari si aggravarono. Nell'agosto 1308, quando il papato prenderà in mano il processo, le accuse erano state puntualizzate in 127 articoli che fungeranno da punto di partenza per gli interrogatori,  Malcom Barber  raggruppa questi articoli in 7 categorie :

  1. i Templari rinnegano Cristo, che definiscono falso profeta e che è stato crocifisso per le sue colpe e non per riscattare l'umanità; sputano sulla croce, la calpestano, vi urinano sopra nel corso delle loro cerimonie.
  2. adorano idoli: gatti e teste a tre facce, che sostituiscono al Salvatore;
  3. non credono ai sacramenti e i sacerdoti dell'Ordine "dimenticano" la formula di consacrazione durante la messa;
  4. i maestri e i dignitari dell'Ordine, anche se laici, assolvono i peccati dei confratelli;
  5. esercitano pratiche oscene di omosessualità;
  6. hanno il dovere di contribuire all'arricchimento dell'Ordine con ogni mezzo;
  7. si riuniscono segretamente la notte; ogni rivelazione fatta all'esterno sui capitoli tenuti è severamente punita talvolta anche con la morte.

Fin dal 15 ottobre 1307 Nogaret attinge a un simile apparato per giustificare l'arresto; gli agenti del re prima, gli inquisitori poi strappano ai Templari le necessarie confessioni  per sostenere tali accuse. Dallo studio fatto da Malcom Barber sugli arresti tra ottobre e novembre a Parigi (138 deposizioni) e in provincia  (94 deposizioni), si apprende che si tratta di persone la cui media età era 42 anni: alcuni sono conversi  o frati lavoratori. Ben 134 su 138 confermeranno le accuse avanzate contro l'Ordine, solo pochi resisteranno per qualche tempo o negheranno. Tutti ammetteranno qualcosa ma è evidente che le confessioni dei dignitari dell'Ordine furono decisive per la prosecuzione della vicenda. Non c'è nulla da obiettare da un punto di vista formale sulla procedura seguita a Parigi: sono gli inquisitori Guglielmo di Parigi e Nicola D'Ennezat a condurre gli interrogatori. In provincia i Templari sono passati nelle mani degli agenti regi prima di essere portati davanti alla giurisdizione inquisitoriale. Spesso le sole minacce di tortura basteranno a far confessare. Le condizioni di detenzione: segreta, pane ed acqua per molti giorni, maltrattamenti ed umiliazioni avevano già fiaccato le loro volontà. Quelli più forti che esitavano o si opponevano, venivano sottoposti alla tortura fino alla confessione. Sotto tortura quello che il giorno prima era negato veniva il giorno dopo sicuramente confessato. Le accuse formulate, anche se appaiono enormi, non sono certo nuove: il Nogaret e i suoi agenti le attingono dal vecchio apparato antieretico. Non è la prima volta che vengono usate: nel 1301 ne aveva fatto le spese il vescovo di Pomiers, Bernard Saisset, nel 1303 il Papa Bonifacio VIII. In tutti questi casi lo stile di Nogaret è inconfondibile: il metodo consiste nel trasformare l'avversario, chiunque esso sia, in un eretico, anche nel caso dello stesso papa. Restano poi solo da sfruttare la paura e il panico che il nome stesso di "eresia" scatena nella gente durante tutto il medioevo. I capi d'accusa formano un insieme coerente noto alla maggior parte della popolazione. La negazione della croce e del sacrificio di Cristo ricordano le pratiche dei Catari e fanno riferimento alla religione musulmana. Ai Musulmani, può essere riferita anche l'accusa di idolatria: in Occidente essi sono visti come adoratori di idoli. Il gatto nero rappresenta per tradizione l'incarnazione del demonio. La storia della testa magica dei Templari si riallaccia a credenze popolari ben note a quest'epoca elaborate sulla scia della leggenda di Perseo e Medusa. In essa si mescolano antichi elementi folcloristici che rendono la testa di eccezionale potere magico che rende invincibile il suo possessore. Elementi musulmani e catari si riuniscono: adorare la testa è segno di conversione alla religione mussulmana, portare cordicelle intorno alla vita , dopo averle poste attorno al collo dell'idolo, ricorda il Catarismo, dove esse stavano a significare che si è ricevuto il "consolamentum", rito di purificazione in uso solo presso i Catari. L'assenza di formula di consacrazione nella messa può avere diverse chiavi di interpretazione :

può essere considerata un'ulteriore prova di convergenza col catarismo che nega valore ai sacramenti; significa che il Cristo non è corporeamente presente durante la messa, il che sottrae a questa ogni valore: non hanno valore le messe a suffragio dei defunti celebrate dai frati cappellani del Tempio, le offerte, elemosine e donazioni che le accompagnavano erano fatte invano e pertanto le famiglie che avevano fatto donazioni con tale scopo erano state imbrogliate e potevano chiedere ai Templari un risarcimento; l'ostia consacrata ha l'effetto di allontanare i demoni e gli stregoni: i Templari rifiutavano la consacrazione perché sono essi stessi demoni o stregoni.

Per l'accusa di omosessualità è evidente il riferimento a Sodoma, città macchiata dal peccato e punita per questo motivo. Vi si ritrovano anche i Catari - i "buoni uomini" viaggiano a due a due - e l'Islam­ - con il traffico di schiavi, in particolare ragazzi. Le imputazioni cercano di assimilare le pratiche dell'Ordine a quelle degli eretici, in particolare dei Catari e cercano inoltre di portare prove della sua perversione a opera dell'Islam. "Collegando stregoneria e magia, Nogaret poteva sperare di sfruttare a proprio vantaggio contemporaneamente sia la tradizione popolare sia le idee diffuse nel mondo degli intellettuali nella seconda metà del XIII secolo". I gravi sospetti di Filippo vengono supportati da numerose confessioni convergenti, tuttavia il caso si trascina e il meccanismo si inceppa con la Bolla ”Pastoralis Praeminentiae” con cui il Papa ha ripreso l'iniziativa. La bolla infastidisce Filippo il Bello che non può opporvisi e deve quindi manovrare per concedere al Papa il minor spazio possibile. Clemente V approfitta della posizione vantaggiosa per il papato data dalla ritrattazione delle confessioni fatte da de Molay e alti dignitari davanti ai cardinali inviati a Parigi per sospendere l'azione degli inquisitori nel Febbraio 1308. Filippo aumenta le pressioni nei confronti del Papa e mobilita l'opinione pubblica del regno, come già era stato fatto contro Papa Bonifacio VIII. Chiede ai professori dell'Università di Parigi opinione sulla legittimità della sua azione ponendo sette quesiti del tipo: può il potere laico agire da solo quando l'errore è evidente? Dato che le prove della colpevolezza dei Templari erano evidenti, non aveva il Principe il diritto di arrestarli? E altre simili. La risposta consegnata il 25 Marzo 1308 è sfavorevole alle iniziative regie: difende la giurisdizione ecclesiastica ed afferma che il Tempio è un Ordine religioso pur ammettendo che vi è grave sospetto che, date le confessioni, i membri dell'Ordine siano eretici o fautori di eresia. Ciò basta a far biasimare l'Ordine e giustifica l'operato del re nel dare inizio ad una inchiesta. Contro il Papa la corona usa la diffamazione: Clemente è accusato di nepotismo da libelli anonimi; ma il nepotismo è una cosa innegabile nel caso di Clemente V. Viene inoltre accusato di favorire l'eresia, tutto accompagnato da minacce e richiami alle sventure di Bonifacio VIII. Il governo regio convoca gli Stati del Regno a Tours dove si fomentano i rappresentanti della comunità: clero, nobiltà e borghesia vengono edotti sui crimini dei Templari. Alcuni rappresentanti dei tre stati accompagnano il re dal Papa a Poitiers. Tra giugno e luglio "Filippo, Nogaret e Guglielmo di Plaisions eserciteranno una pressione continua su Clemente V". Il  Plaisions presenta la posizione del re nel corso di un concistoro tenuto il 23 Maggio dove vengono riassunte le accuse contro l'Ordine. Il Papa non reagisce  e il 14 giugno  il Plaisions minaccia un intervento diretto del potere laico e del popolo perché "tutti coloro che sono colpiti da questa vicenda sono chiamati a difendere la fede" e chiede la continuazione dell'inchiesta in ogni diocesi, il ripristino degli inquisitori e la soppressione dell'Ordine. Per dare maggior peso alle pressioni presentano al Papa 72 Templari scelti con cura tra i rinnegati dell'Ordine e fra Templari sottoposti alla tortura. Intanto Filippo aveva rinchiuso a Chinon i dignitari dell'Ordine dandoli per malati affinché il Papa non potesse interrogarli. Il 5 luglio Clemente cede: gli inquisitori, richiamati, agiscono con i vescovi nell'ambito delle diocesi. Il 12 agosto 1308 con la Bolla “Faciens Misericordiam” egli esplicita le sue posizioni: affida ai Concili provinciali l'incarico di giudicare, su rapporto delle commissioni diocesane, i Templari come singoli individui e nomina una commissione apostolica di otto membri per indagare sull'Ordine. Un concilio generale convocato a Vienne, con la bolla “Regnans in Coelis”, giudicherà, all'inizio del 1310, la soppressione del Tempio. Il Pontefice si riserva di giudicare i dignitari dell'Ordine, destinando i beni di quest'ultimo al servizio della crociata. Nel frattempo tali beni rimangono sotto il controllo del re che, su richiesta della Chiesa, ha la sorveglianza dei prigionieri. In apparenza Filippo ha la vittoria completa in realtà il Papa si riserva una libertà di movimento che gli consente di dilazionare e rallentare il procedimento. L'allestimento delle commissioni diocesana terminerà nella primavera del 1309,  la commissione episcopale sarà convocata per la prima volta nel Novembre 1309. I vescovi non appaiono persuasi della colpevolezza dei Templari, il Papa non appare particolarmente zelante. Filippo, da parte sua, non facilita la nomina della commissione perché teme la ritrattazione dei Templari. Le inchieste episcopali iniziano in Francia  alla metà del 1309, in altri luoghi cominceranno invece nel 1310. Per i Templari, in Francia, si comincia una seconda serie di interrogatori; in Inghilterra, in Spagna e in Italia iniziano i primi interrogatori. La tortura verrà applicata dappertutto salvo casi particolari come la Castiglia e il Portogallo. In Italia, l'arcivescovo Rinaldo da Concorezzo assolverà i Templari e non darà corso all'ordine di tortura. A Pisa e Firenze furono invece torturati, a Venezia, dove l'Inquisizione è nelle mani dello stato che non molesta i Templari, essi resteranno nelle proprie sedi. I processi francesi sono caratterizzati dall'assenza di testimoni non appartenenti all'Ordine: solo 6 deposizioni su 231 sono raccolte, da esterni, tra il 1309 e il 1310. Fuori Francia furono numerose le testimonianze sia a favore che contro i Templari. Queste per lo più si limiteranno a riferire pettegolezzi o voci. Alcuni testi sono laici, altri religiosi e questi ultimi prevalgono rispetto ai laici. Alla fine del 1309 il re sembra trionfare: De Molay tace e i Templari non si presentano davanti agli otto a difendere l'Ordine. Il 3 Febbraio 1310 la commissione riprende i lavori con la comparizione di 16 Templari di Macon di cui 15 vogliono testimoniare in favore dell'Ordine. Inizia una vera ondata, alla fine del mese 532 frati provenienti da tutto il regno dichiarano di voler fare altrettanto, a marzo sono 592 e col tempo sorpassano il numero di 600. Templari fanno esporre la loro difesa da 4 di loro formatisi allo studio del diritto: la difesa è salda e circostanziata. Il re inizia a preoccuparsi poiché il Papa in aprile ha rimandato al 1312 il Concilio generale. Il re ripiega sul parere di un teologo di Parigi la cui opinione, minoritaria rispetto agli altri dottori, reputa che ai Templari non debba essere concessa difesa perché difendere l'Ordine vuol dire che può non  essere colpevole: ma esso è colpevole, dunque non vi è motivo di difenderlo. Tale affermazione vale quello che vale  e il re pertanto  passa ai fatti: ottiene dal Papa che Filippo di Marigny fratello di Enguerrand di Marigny, l'uomo che nel Consiglio ha la precedenza su Nogaret, sia nominato vescovo di Sens. La devozione del nuovo arcivescovo  per Filippo é assoluta: il vescovado di Parigi dipende dalla provincia di Sens e pertanto spetta proprio a Filippo di Marigny chiudere con un concilio le inchieste diocesane sui singoli Templari, nella sua provincia. Il 10 maggio l'arcivescovo convoca tale concilio e:  “confondendo in mala fede la procedura impiegata davanti alla commissione apostolica degli otto e quella impiegata davanti alle commissioni diocesane, il Marigny fa condannare al rogo 54 Templari di Sens che avevano confessato nel 1307 i propri crimini, ma che, poi, difendendo l'Ordine davanti alla commissione degli otto  erano ricaduti nell'errore". Il Marigny li considererà recidivi, idea che molti teologi invece rifiutano. I condannati sono giustiziati il 12 maggio alla porta S. Antonio, fuori Parigi, dove vengono arsi vivi. Altri roghi arsero nei giorni successivi spezzando la resistenza degli altri Templari. Pochi compariranno davanti alla commissione ma si confondono e tengono discorsi incoerenti. I due principali difensori dell'Ordine spariscono o rapiti o assassinati. I Templari rinunciano a difendere l'Ordine: solo pochi resistono. Col consenso del Papa e del re la commissione conclude le udienze il 26 maggio 1311. Il voluminoso dossier che ne viene ricavato servirà da punto di partenza per il Concilio. Il 16 ottobre 1311 sarà dichiarato aperto il Concilio con tre punti di discussione: il Tempio, la crociata e la riforma della Chiesa. Papa non riesce a mantenere il controllo dell'assemblea: la maggior parte dei padri conciliari vorrebbero giudicare e ascoltare la difesa, alcuni vescovi invece consigliano il Papa di sopprimere senza indugi il Tempio. Alcuni testimoni si fanno avanti e Clemente V si rende conto del pericolo: egli subisce pressioni e  il re di Francia appare esasperato. Nel marzo 1312 il re  convoca gli stati generali a Lione: dopo incontri segreti fra Nogaret, rappresentanti del re e il Papa, il 20 marzo  Filippo annuncia il suo arrivo a Vienne per il Concilio. Si porta dietro un esercito, pertanto il  Papa di sua iniziativa il 22 marzo con la Bolla “Vox in Excelso” abolirà l'Ordine con un atto amministrativo. Il 3 aprile il Papa seduto tra Filippo il Bello e il Figlio di lui Luigi di Navarra pronuncerà in pubblico la sentenza. Il concilio si prolungherà fino al 6 maggio 1312 per il problema della devoluzione dei beni. A tale data l'Ordine non esisterà più, resterà solo il caso dei singoli individui. La Bolla “Considerantes dudum” del 6 maggio 1312 opera una distinzione :

- Coloro che erano stati riconosciuti innocenti o coloro che dopo la confessione si erano riconciliati con la chiesa, avrebbero ricevuto una pensione e avrebbero potuto abitare nelle antiche case dell'Ordine o in un monastero scelto da loro, dato che i voti monastici che avevano pronunciato per entrare nel Tempio restavano validi; 

- Coloro che avevano negato o che erano recidivi sarebbero stati colpiti con estremo rigore.

Pur avendo riservato a sé il giudizio dei quattro dignitari del Tempio imprigionati a Parigi,  Clemente attende il 22 dicembre 1313 e poi nominerà una commissione di tre cardinali destinata a giudicare in suo nome: vi fa parte anche Niccolò di Frèauville, uomo di paglia del re. Il 18 marzo 1314 de Molay compare davanti alle stesse persone con le quali si era rifiutato di parlare, non per essere giudicato ed ascoltato ma solo per assistere alla sentenza in un Concilio presieduto da Filippo di Marigny che li  condannava al carcere perpetuo e severo. Ma il de Molay e il de Charney  opponendosi al cardinale che teneva il sermone e allo stesso arcivescovo di Sens ritrattarono le confessioni lasciando i cardinali sorpresi. La questione venne rimandata al giorno dopo: il re  immediatamente informato li fa condannare al rogo e, quello stesso giorno, essi vennero giustiziati su un'isoletta della Senna. Per i posteri le ultime parole del De Molay e del De Charnay restano una prova toccante della loro innocenza e dell'innocenza dei Templari. Ritrattare, infatti, significava morte sicura: il Gran  Maestro aveva in ultimo trovato quella statura morale propria del suo ufficio e della sua dignità; grandissima fu l'impressione su tutti i presenti che assistevano allo spettacolo del rogo, molte le leggende che si diffusero e che particolari coincidenze fecero sì che intorno alla vicenda si sviluppasse un alone di mistero, che ancor oggi sopravvive al tempo. La condanna a morte pronunciata così frettolosamente senza consultare la Chiesa e in spregio al diritto aveva le sue buone motivazioni. Filippo temeva che la ritrattazione del Gran  Maestro, se non punita all'istante, potesse rimettere in discussione tutto ciò che fino a quel momento si era conseguito. I delegati pontifici dovettero essere lieti che il re li sgravasse del peso di un nuovo processo. Il Papa non prese posizioni perché forse era già allo stadio terminale di un tumore allo stomaco e all'intestino, sperava di poter alleviare gli ultimi giorni di sofferenze con un cambiamento d'aria nella sua terra natale: morì a Roquemure il 20 aprile senza giungere a destinazione. Beck riporta a tale proposito uno strano evento che funestò le sue esequie: come fu funestata la sua intronizzazione dal crollo di un muro che provocò la sua caduta da cavallo, così il suo cadavere, composto in pompa magna in Chiesa fu colpito dalla caduta di un candelabro che appiccò fuoco al catafalco su cui la salma era posata. Quest'evento fu interpretato dal popolo come un castigo di Dio che aveva voluto il Gran Maestro de Molay e il suo aguzzino Clemente fossero entrambi consumati dal fuoco. Non meno tragica la fine di Filippo nell'autunno del medesimo anno per una ferita di caccia, dette credito alla leggenda che il Gran Maestro nel morire sul rogo li aveva convocati ad apparire davanti al tribunale divino entro l'anno. Altrettanto tragica fu la fine dell'eredità del pontefice più discutibile della storia della chiesa medioevale: il denaro che aveva arraffato con tenacia e suscitando scandalo in tutta la cristianità fu poco utile alla Chiesa, finì saccheggiato dai familiari e dal nipote visconte Bernard de Lomagne. La Curia alla morte di Clemente nominalmente possedeva 1.040.000 fiorini: 320.000 il Papa li aveva prestati al re d'Inghilterra, 300.000 li aveva dati al nipote per equipaggiare 500 cavalieri per una crociata che non fu mai realizzata. Nel testamento lasciò 200.000 fiorini in eredità ad opere pie e 200.000 a amici e parenti, 70.000 fiorini furono ereditati dalla Chiesa pertanto  il vero erede dei beni del Tempio fu Filippo. Egli presentò al Papa il conto delle spese sostenute per il mantenimento dei Templari durante la prigionia: i Gerosolimitani per entrare in possesso dei beni ereditati dovettero pagare forti somme, forse queste superarono il valore dei beni ereditati con la bolla pontificia. Nella realtà i beni dei Templari caddero tutti in mani estranee: i castelli andarono ai gerosolimitani se già non erano stati sequestrati da principi o re, il resto del patrimonio compreso i tesori delle chiese sparirono nei forzieri del re in modo legittimo e definitivo. Il re di Castiglia addirittura ne vendette una parte ai suoi nobili.  Solo il re Dom Diniz di Portogallo li amministrò in modo degno e, il 5 maggio 1319 fondò l'Ordine di Cristo e consegnò alla nuova istituzione le proprietà dell'Ordine templare intatte e fiorenti. I Gerosolimitani tutto sommato non si erano arricchiti con la donazione dei beni templari ma si erano addirittura impoveriti come sosteneva Sant'Antonino. Anche la Francia sperimentò che le ricchezze acquisite disonestamente non giovano: il re non poté amministrare il bottino sottratto come gli sarebbe stato necessario e nel 1313 fece di nuovo bancarotta. L'insaziabile avidità del fisco francese, causata dalla continua mancanza di denaro, potrebbe essere forse la ragione per cui Clemente non volle fondare un nuovo Ordine: egli temeva che Filippo avrebbe richiesto per lui o per uno dei figli la carica di Gran Maestro e i beni dei Templari  assegnati al nuovo Ordine sarebbero, per vie traverse, finiti nelle mani della corona di Francia.

 

Analisi del Processo

 

La soppressione dell'Ordine Templare da parte di Papa Clemente fu  conforme, almeno nella forma ai principi giuridici del caso. Ma la motivazione da lui addotta per quest'atto amministrativo fu tutt'altro che convincente. Il processo che s'era svolto, contravveniva a tutte le norme del diritto canonico, i Templari ricevettero un trattamento così disumano, le loro confessioni furono estorte con mezzi e modi violenti. Per il Beck il processo fu illegale totalmente, infatti :

  • illegittimo fu che l'inchiesta contro l'Ordine venne condotta da funzionari del re e dall'inquisizione di Francia.

  • illegittima fu la detenzione dei Templari. Il Grande Inquisitore di Francia non aveva alcun mandato per mettere sotto accusa intere province dell'Ordine e imprigionarne i membri. Se anche l'inquisizione francese aveva il potere di trascinare dinanzi al proprio tribunale singoli eretici, pur se religiosi appartenenti ad Ordini esenti, ciò non valeva in alcun modo per l'intero Ordine. Il Gran  Maestro e le massime autorità del Tempio non erano sudditi del re, erano dignitari di una istituzione sovrana e di conseguenza non potevano venire imprigionati dal re o dall'Inquisizione

  • illegittimo fu il primo interrogatorio dei cavalieri, condotto dagli agenti del re. L'arresto era stato eseguito in nome dell'Inquisizione; dopo, questa sola era responsabile dell'inchiesta. L'uso della tortura negli interrogatori condotti dallo Stato ne compromise l'obiettività e rese poi, impossibile una successiva inchiesta imparziale. Con la tortura si influenzarono le deposizioni dei Templari dinanzi ai giudici ecclesiastici.

  • illegittima fu l'ingerenza della polizia regia nel procedimento ecclesiastico. Sappiamo da numerosissime dichiarazioni di giudici ecclesiastici, dei tentativi senza scrupoli fatti da funzionari del re, persino quando la questione era affidata al tribunale pontificio, per cercare di indurre i Templari ad affermare o confessare il falso.

  • Papa Clemente si comportò illegittimamente richiamando all'ordine e destituendo troppo tardi un Grand'Inquisitore che travalicava in modo tanto palese l'ambito delle proprie competenze. Il Papa lasciò per mesi che Guglielmo Imbert agisse di proprio arbitrio.

  • illegittimo fu che il pontefice tollerasse la condotta di Nogaret. Bandito da tre papi, questi era uno scomunicato estromesso dalla Chiesa a cui  fu concesso, a nome proprio della Chiesa, di arrestare il Gran Maestro d'un Ordine con l'accusa di eresia;

  • Papa Clemente si comportò illegittimamente perché non procedette mai personalmente all'interrogatorio di De Molay.

  • Illegittima fu la violazione dei diritti degli accusati a vedersi concedere dei giudici imparziali. Clemente nella sua commissione nominò  nemici dichiarati dell'Ordine.

  • illegittima fu la condanna dei 54 Templari emessa dall'arcivescovo di Sens. Con questo massacro per di più, venne influenzato il tribunale pontificio, perché i testi ebbero modo di constatare che le loro deposizioni non rimanevano segrete. Illegittimo fu lo stesso tribunale pontificio a Parigi perché limitò la sua inchiesta alla sola Francia benché dovesse stabilire la colpevolezza di tutto l'Ordine. Dei 560 testimoni - tutti francesi - ne furono interrogati solo 240.  La casuale chiusura del procedimento a Pontoise, alla presenza del re rivelò chiaramente di chi fosse, nel procedimento pontificio, l'ultima parola.

  • illegittima fu l'ingerenza dei funzionari del re nell'inchiesta pontificia.

  • Illegittima fu la repressione di ogni tentativo di difesa nel contesto del concilio di Vienne, nonché l'arresto dei sette Templari che si presentarono nella cattedrale per patrocinare l'Ordine. Anche se Clemente era da tempo deciso e sopprimere l'Ordine per via amministrativa, avrebbe dovuto concedere ai Templari una qualche forma di difesa, tanto più che era stato lui stesso a invitarli al Concilio.

  • Illegittimo fu che l'affare dei Templari venisse associato con la minaccia di un procedimento contro il precedente Pontefice, Bonifacio VIII. Clemente lasciò che Filippo lo ponesse davanti all'alternativa: sacrificare l'Ordine o insudiciare la memoria del suo predecessore.

  • Illegittima fu la maniera in cui si procedette per quanto riguarda i beni dei Templari. L'altissima richiesta di un milione di lire tornesi pagate per venire in possesso delle proprietà, supera certamente il valore delle proprietà realmente trasferite. La donazione poi di centomila lire tornesi che il re fece al pontefice,  a vicenda conclusa,  per l'incomodo sostenuto equivale, in pratica a corruzione. Lo stesso dicasi per la somma che il Papa riscosse dai Gerosolimitani.

  • Infine fu illegittima anche la condanna del Gran Maestro da parte del regio consiglio della corona. Come poteva un tribunale dello stato mettere a morte il massimo esponente di un Ordine esente? Il re si arrogò, anche in quest'occasione, diritti ecclesiastici, scavalcando il capo della Chiesa.

Davanti alle suddetti tesi viene da chiedersi cosa vi fosse di legale, in questo processo, prescindendo dal diritto formale del Papa a sopprimere l'Ordine. I rappresentanti del Clero, soprattutto Papa Clemente e i suoi cardinali, vescovi e inquisitori francesi, si macchiarono di grandissime ingiustizie nel processo ai Templari. Secondo Beck fu il più grande assassinio giudiziario del medioevo, un crimine perpetuato ai danni di migliaia di innocenti.

 

Innocenza o Colpevolezza

 

Nel 1914 Victor Carrière, uno dei più validi storici dell'Ordine del Tempio affermava: "E' oggi un fatto definitivamente acquisito: il Tempio, in quanto tale, é innocente dei crimini di cui lo si é accusato così a lungo". Da allora numerosi studi, hanno confermato, ma anche moderato quest'affermazione. Lavori di Malcom Barber, Peter Partner, Forey (sull'Aragona), di Carovita (sull'Italia) e, infine, quelli di Riley-Smith hanno portato contributi interessanti. Occorre innanzitutto tenere presente che di solito la data di nascita dello stato moderno viene collocata alla fine del XIII secolo, e quindi, in Francia al regno di Filippo il Bello (in realtà si dovrebbe risalire a S. Luigi): si mettono in rilievo l'idea di sovranità, l'amministrazione, la fiscalità, l'efficienza, l'accentramento nazionale, che lo stato moderno implica ma, spesso si tralasciano le vicende oscure di cui quella dei Templari fu senz'altro la più clamorosa. Il Demurger afferma che il processo ai Templari non è un processo criminale consueto: "é quello che oggi si chiamerebbe un processo politico, condotto con una procedura eccezionale, la procedura dell'Inquisizione ". Essa non mira a "rendere palese la verità ma a fare di un sospetto un colpevole", come scriverà nel Febbraio 1308 un Templare inglese e che Cheney porta alla nostra conoscenza. Le istruzioni impartite da Filippo il 14 settembre 1307 non presentano alcuna ambiguità: i commissari regi devono dapprima condurre un'inchiesta sui Templari arrestati, poi "chiameranno i commissari dell'Inquisizione ed esamineranno con cura la verità, con la tortura se sarà necessario". Si interrogheranno i Templari " con parole generiche fino a che non si ottenga  da loro che dicano la verità e che perseverino in questa verità". Il re chiede che si mandi al più presto " la copia della deposizione di coloro che ammettono i suddetti errori o principalmente di aver rinnegato Cristo". I Templari si trovano posti di fronte a questo dilemma: i commissari “prometteranno loro il perdono se essi confesseranno la verità, tornando alla fede della Santa Chiesa, o, in caso contrario, saranno condannati a morte". Questo è il quadro stabilito da Filippo il Bello e dai suoi consiglieri, e l'Inquisizione che, in Francia, é controllata da loro. La credibilità delle accuse deve essere esaminata tenendo conto di questo contesto. Alcune imputazioni si riferiscono al comportamento degli individui: dissolutezza, omosessualità, avarizia, superbia. Si può affermare che alcuni Templari non abbiano rispettato il voto di castità, abbiano sedotto donne o si siano dati all'omosessualità. D'altra parte però l'accusa di sodomia è uno stereotipo usato prima e dopo il processo al Tempio, ogni volta che si voleva provare l'eresia di colui che si accusava. La stessa cosa si può dire per l'accusa di avarizia e brama di guadagno: il comportamento del Maestro di Scozia Brian de Jay nel 1298 mostra chiaramente che alcuni Templari fecero ricorso alla violenza per derubare altri. Ma anche in tal caso questa imputazione, come quella relativa al rifiuto delle elemosine, appartiene al vecchio repertorio dell'anticlericalismo medioevale. Per tutti questi aspetti si trovano anche testimonianze contrarie: alcuni Templari distribuiscono generose elemosine ed è evidente che non tutti i Templari sono sodomiti. Questi fatti isolatamente non dimostrano nulla. Le accuse rivolte contro le pratiche religiose sembrano più serie. In genere i Templari e lo stesso De Molay lo aveva ammesso con il re poco prima del suo arresto hanno riconosciuto la pratica dell' assoluzione dei peccati da parte dei laici. Il Maestro dell'Ordine, i precettori delle province, quelli di alcune commende importanti assolvevano i frati Templari che si recavano da loro a confessarsi nonostante che fossero dei laici: lo riconosce il precettore di Denney (Cambridge), e Guglielmo Middleton, templare scozzese. Quest'errore, che gli accusatori hanno trasformato in crimine, era causato dall'ignoranza di alcuni precettori, che credevano di agire bene, e da una confusione: alla fine del capitolo domenicale, nel quale si portavano alla luce, si discutevano e punivano colpe, il precettore perdonava i confratelli colpevoli; si poté confondere facilmente questo perdono con l'assoluzione che solo il sacerdote può dare, d’altra parte non in tutte le commende c'era un frate cappellano. Sfruttata adeguatamente, questa colpa veniale permetteva di ottenere altre ammissioni. Il rimprovero mosso ai Templari di rifiutare di confessarsi ad altri che ai loro cappellani é infondato come dimostrano le testimonianze dei francescani di Lérida. Gli Inquisitori inglesi hanno sottolineato le affermazioni eretiche di Giovanni Mohier, precettore di Duxworth: un monaco agostiniano dello stesso grado, ricorda di averlo sentito negare l'immortalità dell'anima. Gli accusatori hanno approntato le loro domande sulla questione dell'aver rinnegato il Cristo e sputato sulla croce. La maggior parte dei Templari ha ammesso di essere stata costretta ad ammettere tali gesti ma di averlo fatto contro il proprio volere. L'iniziazione goliardica all'epoca esisteva ed era seguita anche dagli Ospitalieri di Acri. Dopo il 1270 la pratica venne vietata. A sostegno di questa interpretazione si può citare la domanda fatta da un Inquisitore a un Templare: " era forse un modo per mettervi alla prova? Se vi foste rifiutati non vi avrebbero mandato più in fretta in Terra Santa?". Scherzo di dubbio gusto o rito iniziatico? Si tratta probabilmente di un rituale simbolico il cui senso é andato perduto, forse un ricordo di S. Pietro che rinnegò Cristo. Le affinità col Catarismo, poi, vengono di solito spiegate in base a contatti con l'Oriente. Il Catarismo com'è noto, trae origine dal manicheismo orientale e talvolta si accusano i crociati di essere responsabili della sua introduzione in Occidente. Ma nel mezzogiorno cataro i Templari sostennero più i crociati del nord che gli eretici. Nogaret odiava il Tempio perché il nonno di questo "patarino" era morto sul rogo eretico, a causa dei Templari. Ma alla fine del secolo si produsse un'evoluzione. Uno studio recente ha dimostrato che l'eresia combattuta accanitamente per settant'anni, non solo non era del tutto scomparsa dalla Linguadoca ma si era diffusa tra alcune famiglie della nobiltà crociata, quelle famiglie di baroni del Nord giunti con Simone di Montfort e che aveva messo radici nel mezzogiorno. Se vi fu un'influenza Catara, é meglio spiegarla col fatto che il Tempio reclutava i suoi membri soprattutto nella piccola e media nobiltà. In Linguadoca entrambe erano state aperte al Catarismo e ciò può  aver potuto  “infettare" il Tempio ma non solo il Tempio: i Templari non hanno caratteristiche esclusive. Insomma si poterono avere singoli casi di eresia, ma l'Ordine nel suo insieme non fu eretico: neppure Clemente V lo pensava realmente. Gli errori dei Templari in materia di fede riguardano la condotta e non la dottrina. Se l'Ordine fosse divenuto una setta eretica si sarebbero trovati membri disposti a morire per la fede come era successo per i Catari e i Dolciniani, non avrebbero ritrattato le confessioni. I cinquantaquattro cavalieri arsi vivi nel 1310, de Molay e Charney, quindi sono morti per la fede cattolica. Per quanto riguarda  l’accusa di idolatria, tutta basata sull'adorazione di una testa magica, desta diffidenza: il culto delle reliquie, infatti, era ancora molto sentito, e, anche i Templari ne possedevano. Restano i contatti con l'Islam che sarebbe inutile negare. Due secoli di combattimenti contro l'infedele in Oriente lasciano traccia. Nelle sue memorie Usama ibn Munqidh, emiro di Shaizar, in una pagina riguardante i cavalieri templari, che il colto e intelligente emiro chiama" i miei amici Templari" racconta che i Templari non solo lo facevano pregare nella moschea di al - Aqsa, situata nell'area meridionale del Haram esh - Sharif, ma nella moschea che i cristiani chiamavano Templum Salomonis, dove i Templari avevano la casa madre e avevano anche ricavato un piccolo oratorio adibito a chiesa, egli poteva pregare indisturbato rivolto alla Mecca. I Templari cacciarono un importuno e si scusarono con lui per il comportamento incivile tenuto nei suoi confronti da un pellegrino che venuto da poco dall'occidente, pretendeva di obbligare l'emiro a pregare rivolto verso Occidente secondo l'uso cristiano. Ciò conferma che tra la seconda e la terza crociata i rapporto tra Islamici e Templari erano approntati sulla massima tolleranza. Questa testimonianza sembra in contrasto con quanto si afferma nel Liber  De Laude di  Bernardo di  Clairvaux  secondo il quale i Templari "leoni contro i nemici" dovevano combattere contro gli infedeli senza mai concedere né chiedere quartiere, e, in contrasto patente con affermazioni di altri cronisti Musulmani quali Ibn al - Athir, Imàd ad - Din. Secondo Cardini occorre fare una distinzione tra il comportamento dei Templari in battaglia e la loro attitudine abituale nei confronti dell'Islam. Anche se certe teorie sulla somiglianza tra Ordini monastici militari cristiani e confraternite mistico - guerriere islamiche hanno fatto il loro tempo, bisogna pur riconoscere che sul piano dei rapporti inter - confessionali  e sotto  il profilo  della  creazione   della "società coloniale" crociata di Terra Santa, la testimonianza di Usama ha un valore più probante di quella degli altri cronisti citati. Una voce sui rapporti tra Templari e Musulmani circolava nel corso del Duecento: i Templari erano antipatici, per la loro ricchezza, superbia, arroganza: era facile rivolgere contro di loro un'accusa peraltro comune in tutto l'Occidente per i latini che si erano trasferiti in Terra Santa, quella di essere diventati" cristiani a metà" inquinati dai costumi orientali, corrotti, sospettabili di simpatie per tutti gli orientali, Musulmani compresi. Il fatto che i Templari avessero milizie mercenarie musulmane, che conoscessero l'arabo, che avessero nei confronti di alcuni maggiorenti islamici atteggiamenti amichevoli, non faceva che radicare queste voci dar loro un apparente, inconsistente ma tenace credito. I Templari, inoltre, usavano mano d'opera musulmana nelle loro proprietà di Siria e Palestina. Negoziavano tregue separate e dovettero quindi sviluppare sicuramente una diplomazia adeguata alle usanze del mondo musulmano. Ma anche in questo caso si può dire lo stesso per gli Ospitalieri o per i baroni locali. Gli Occidentali manifestano incomprensione nei confronti della politica orientale: per loro i latini di Terra Santa sono amici dei saraceni. Un Templare irlandese spiegherà l'impopolarità dell'Ordine attribuendolo ai contatti da questo intrattenuti con i Musulmani. Anche Federico II che non amava i Templari che, fedeli al Papa, gli avevano dato non pochi fastidi in Terra Santa e nel regno di Sicilia, ostacolando la sua elezione a re di Gerusalemme, accusò esplicitamente, in occasione della battaglia di Gaza, nel 1240, il Tempio di convivenza con i Saraceni. Ma erano accuse strumentali come quelle furono mosse più tardi da  Ospitalieri e Genovesi  ai Templari negli anni intorno al 1260, quando il mondo islamico siro - giordano si trovò minacciato dall'ondata mongola, e nell'ambito del regno crociato si polemizzò su chi fosse meglio aiutare se i Mamelucchi che si opponevano ai Mongoli o i Mongoli stessi. I Templari e i Veneziani erano propensi ad appoggiare i Mamelucchi, mentre gli Ospitalieri e i Genovesi, i Mongoli. Ciò bastò a sollevare accuse di filo - islamismo che, seppure capziosi erano gli antecedenti dell'accusa che esplose poi drammaticamente durante il processo. E' facile capire come l'accusa abbia potuto servirsi del fastidio che suscitavano queste relazioni per far pensare a un legame ancor più saldo con l'islam o addirittura a una conversione segreta. Per Demurger la pretesa "osmosi dogmatica" tra Templari e Musulmani è priva di fondamento: il ricambio degli uomini all'interno del Tempio é troppo rapido per permettere una benché minima osmosi. Se vi fossero stati legami privilegiati come potremmo spiegarci i massacri avvenuti sistematicamente dei prigionieri Templari ed Ospitalieri? Come spiegare i massacri della battaglia di Hattin, gli episodi di Saladino e Girard di Ridefort. Per Demurger "I Templari sono il nucleo più saldo dell'offensiva cristiana contro l'Islam , non il cavallo di Troia dell'Islam nel mondo cristiano". Nogaret non dovette andare lontano per trovare le sue argomentazioni. Prese singolarmente nessuna delle accuse rivolte all'Ordine era falsa: si troveranno senza difficoltà un Templare sodomita, un Templare avaro, un Templare violento, uno che in un momento di collera abbia tenuto discorsi imprudenti sulla fede. Del resto molti articoli della regola sono dedicati alla repressione di queste colpe e delitti: e ciò ne dimostra l'esistenza. Gli accusatori del Tempio sfondano una porta aperta, che avrebbero potuto sfondare nello stesso modo per qualunque altra istituzione religiosa. Si può constatare che più la vicenda si prolunga nel tempo, più nuove accuse si aggiungono: baci osceni sulla bocca e fondoschiena nel 1307, all'ano, all'inguine, al sesso nel 1311. Si viene a conoscenza che piccole manie dei Templari erano conosciute da tutti da 20 o 30 anni e forse più. Prese singolarmente queste accuse non hanno significato: perché fossero efficaci era necessario che una volontà politica la raggruppasse in un sistema coerente, che si adattasse, all'opinione corrente con successive deformazioni, aggiunte o menzogne. E' l'opera di Nogaret e degli agenti per conto della corona francese.

 

Le Ragioni del Re

 

Per molto tempo si è affermato che fu l'interesse materiale a muovere l'azione di Filippo contro i Templari. La storiografia recente tende, invece, ad attribuire scarsa importanza a tale fattore. Per altri autori é difficile ammettere che uno dei grandi re che fecero la Francia abbia potuto commettere azioni così basse per mettere le mani su un tesoro. A ragione dunque gli storici hanno cercato altre spiegazioni: una vicenda di tale portata doveva avere  assai più complesse motivazioni. Può darsi che l'azione del re non sia stata dettata solo dall'attrattiva del guadagno, può darsi che egli abbia commesso qualche errore di calcolo nel gestire beni posti sotto sequestro: ciò non toglie che la questione dei beni dei Templari sia stata sollevata subito dopo l'arresto. Malcom Barber mette l'accento sull'importanza dei movimenti finanziari, pur senza farne un movente unico. L'attacco al Tempio deve essere collocato nel contesto dei metodi impiegati dal governo regio per risolvere i propri problemi, soprattutto il problema del potere e dei mezzi. Il Barber inoltre paragona la posizione dei Templari a quella di altri gruppi minoritari quali Lombardi, Ebrei, usurai, ricchi ed impopolari, ugualmente coinvolti nel funzionamento delle finanze regie. Si stenta a credere che un re che cercava con tanto accanimento del denaro potesse esitare davanti alla miniera rappresentata dai Templari. Nell'ottobre 1307 il re ordinò di "trattenere con la massima decisione" i beni sequestrati dai suoi agenti. Aveva intenzione di prenderli? E' stato detto di no. Eppure la sesta domanda posta all'università nel febbraio 1308 chiede se i beni che i Templari possedevano in comune debbano essere confiscati a vantaggio del principe nella cui giurisdizione essi si trovano o se  debbano essere attribuiti alla chiesa o alla Terra Santa. A tale domanda l'università risponderà che i beni devono essere attribuiti alla Terra Santa. La domanda é esplicita ed eloquente, il fatto stesso che Filippo abbia posto la domanda non lascia dubbi d'interpretazione. Non mancano tra i consiglieri coloro che affermavano il diritto del re a conservare tali beni. Filippo per tutto il periodo del suo regno avrà problemi di reperire denaro. Non si può considerare, però, un falsario, secondo il Demurger egli ha usufruito  del diritto sovrano di operare cambiamenti monetari. Ha utilizzato ogni mezzo, ha fatto pressioni di tutti i generi per imporre tasse, decime al clero e per spremere Ebrei, Lombardi e usurai. Perché quindi non i Templari, visto che le denuncie di Esquien di Floyran gli davano l'occasione di impadronirsi delle loro ricchezze? I risultati furono deludenti. La maggior parte dei fondi propri del Tempio si trovava a Cipro, le case dell'Ordine non possedevano una ricchezza particolare se si controllano gli inventari. Per Demurger la tesi per cui i Templari, avvertiti in tempo, avessero nascosto i loro tesori è priva di alcun fondamento: se fossero stati avvertiti stupisce che non abbiano cercato di mettersi in salvo. Il re tuttavia ha sfruttato le rendite dei Templari a suo vantaggio e ciò é indubbio: Filippo ha emesso tratte sulle loro proprietà. Inoltre il mercanteggiamento con l'Ospedale gli procurò 200.000 franchi. Filippo, come i suoi contemporanei si era illuso, secondo il Demurger, sulla ricchezza dell'Ordine: ma, attaccandoli, si procurava denaro e saldava i conti col papato. Se si riprende la formula di Malcom Barber si può riflettere: il re ha due problemi, il suo potere e i suoi mezzi finanziari e il Tempio si trova al centro di entrambi. Gli storici tendono sempre più a cercare una spiegazione della vicenda nelle convinzioni, nella fede di Filippo. Il re e i suoi consiglieri e l'intera opinione pubblica erano convinti della colpevolezza dei Templari. Filippo come Nogaret e l'Inquisitore Guglielmo di Parigi si credevano campioni di Dio nella lotta contro il demonio. Malcom Barber, partendo  dai  documenti  ha  cercato  di  delineare la "visione del mondo" che Filippo il Bello e coloro che lo circondavano, potevano avere: la visione di un mondo unitario opera di Dio e cementata dalla fede cattolica, organizzato secondo logica, ordinato e gerarchizzato dalla ragione. In questo mondo coesistono dei poteri: all'idea tradizionale dei due poteri posti sotto l'autorità papale si sostituisce quello di una cristianità che forma un corpo suddiviso in altri corpi più piccoli. Lo stato monarchico di Francia é uno di questi corpi retto dal "re cristianissimo". I crimini dei Templari, la depravazione e l'eresia hanno spezzato l'unità della creazione e l'Ordine dell'universo. Essi hanno attaccano la fede, disprezzato la Creazione e praticato atti contro natura: Dio è offeso dalle loro riunioni segrete. I Templari hanno rinnegato la ragione, hanno abbandonato il posto che occupano nella scala del creato di cui hanno messo in dubbio la perfezione. Filippo, uomo devoto, austero, è rigoroso in natura di fede e morale, ha condiviso le idee del suo tempo . Ma credeva a ciò che diceva? Non ha sfruttato le convinzioni del suo tempo per raggiungere il proprio scopo? Fawtier ritiene che Filippo il Bello abbia agito precipuamente per motivi religiosi, avendo intuito, o appreso, al di là di delazioni su episodi marginali e piccoli scandali, l'esistenza, tra le file dell'Ordine di una dottrina segreta, che, se effettivamente coltivata, poteva solo essere eterodossa e che pertanto metteva in discussione lo stesso principio monarchico. La distruzione degli atti segreti del processo, per quanto si sa, definitivamente perduti, lascia un'ombra di ambiguità sull'intera vicenda: di certo ha fatto osservare Léo Moulin, gli Ordini fusero l'elezione degli organi di governo con l'esercizio del potere su basi carismatiche che esprimevano, insomma, un modello politico del tutto irriconducibile a quello della "monarchia nazionale" e del papato non conciliare di cui furono bersaglio e, nel caso dei Templari , vittime. Si dice che Filippo il Bello  fosse facilmente manovrabile.  Demurger dubita fortemente della buona fede di Filippo, non crede affatto nella sincerità di Nogaret e del Plaisians: essi sono fanatici, ma non di Dio e della sua religione, ma dello Stato. Attraverso il Tempio il re e quelli della sua cerchia mirano ad altro scopo. Forse un'altra crociata: ciò richiede mezzi efficaci, denaro e strumenti militari. Raimondo Lullo, nel suo “liber de Jure" aveva proposto una fusione dei due Ordini Templare e Ospitalieri sotto un Gran  Maestro che sarebbe dovuto essere un re non sposato, un "rex bellator" da eleggersi: Filippo era vedovo e potrebbe essere che egli abbia pensato di mettersi a capo di un tale Ordine per condurre una crociata. Ciò segnava la condanna del Tempio. Il Concilio di Vienne, in un modo o in un altro, realizzò de facto l'unificazione degli Ordini. Tuttavia Filippo pensava alla creazione di un nuovo Ordine che egli avrebbe potuto controllare. I motivi dell'atteggiamento di Filippo nei confronti del Tempio non sono da cercarsi in probabili pericoli sotto il profilo militare, il problema è di ordine ideologico e politico. Filippo, Edoardo I, Edoardo II, Giacomo II hanno cercato di ridurre i privilegi del Tempio e dell'Ospedale. Dopo la perdita della Terra Santa gli Ordini furono ritenuti colpevoli delle perdite e delle sconfitte: i re ne approfittarono. Sia Filippo che Edoardo I, Edoardo II e Giacomo II erano in contrasto col papato: Edoardo aveva difficoltà a proposito delle decime imposte al clero, Filippo attizzava dispute con Bonifacio VIII sulle decime e sul problema della giurisdizione ecclesiastica. Gli Ordini erano direttamente posti sotto l'autorità papale: i Templari francesi avevano sostenuto il re contro Bonifacio VIII, ad Anagni  avevano protetto il Papa:  ma, qualunque siano state le loro prese di posizione, i Templari e gli Ospitalieri non cessavano di essere Ordini indipendenti e potenti sotto l'autorità del pontefice. Le monarchie centralizzate seguirono le orme di Filippo (che si trova nella posizione migliore per attaccare gli Ordini militari con violenza) perché compresero che era giunta l'occasione di ridurre l'influenza del Tempio e degli Ordini militari nei loro stati. Gli Ordini militari internazionali, infatti, costituivano un ostacolo per lo sviluppo delle monarchie centralizzate. Essi non avevano collocazione nello stato moderno: quindi avrebbero dovuto sottomettersi o soccombere. A giudizio di Georges Lizerard  nella mente dei consiglieri del re, vi era un progetto per l'avvio di un nuovo processo diretto contro l'Ospedale. E' certo che l'Ospedale, all'inizio del XIV secolo si trovava in una condizione morale poco invidiabile quanto quella che venne  rimproverata ai Templari. Tuttavia contro il Tempio si possedevano denunce che si identificavano perfettamente con gli stereotipi di eresia perciò anche la fortuna ebbe la sua parte determinante. L'eliminazione del Tempio doveva essere forse la prima tappa ma il protrarsi del caso e la piega presa ha ostacolato il realizzarsi della seconda tappa: la distruzione dell'Ordine dell'Ospedale. I Templari quindi, furono eliminati e gli Ospitalieri si riconvertirono.  "Filippo e i suoi consiglieri, per distruggere l'Ordine dei Templari hanno messo in moto una macchina implacabile: Filippo mirava forse ad uno stato totalitario? Non è forse lo stato totalitario uno degli sviluppi possibili dello stato moderno?". Tale considerazione del Demurger sembra la più appropriata per comprendere l’aspetto politico della distruzione dell’Ordine templare.

Giuridicamente la fine dell’Ordine templare giunse col decreto papale  di abolizione nel marzo 1312 la “Vox in excelso”. Successivamente con la bolla “Ad providam “ del 2 maggio 1312, le proprietà del soppresso ordine vennero assegnate agli Ospitalieri di S. Giovanni. La soppressione dell’Ordine del Tempio, quale primo caso di totale interferenza politica nella soppressione di un Ordine religioso, va visto,quindi, nel quadro del rafforzamento del potere regio francese, che mal tollerava la presenza di “corpi autonomi” nel proprio regno, e dell’inevitabile cedimento dell’immunità ecclesiastica di fronte all’emergere di uno stato nazionale. L’accusa di eresia, quale mezzo utilizzato per la distruzione dell’Ordine, non  poté essere riconosciuta in base alle inchieste e ai processi celebrati (de iure), tuttavia l’Ordine sarà condannato non “per modum diffinitivae sententia” ma “per modum provisionis seu ordinationis apostolicae”, non per l’eresia ma perché era divenuto sospetto, era diffamato, si era reso inutile per lo scopo per il quale era stato fondato e, inoltre, perché si era verificato uno scandalo nella Chiesa, che solo la soppressione poteva sedare.